Pesto

Io dormivo, a dirvi il vero. Ma fosse capitato di sera, verso le otto. Quando in giro ci sono pochissime auto che possono cozzarsi, quando iniziano ad accendersi le soffusissime luci azzurrognole delle tv, quando si va al tavolo per ritrovarsi a non parlare dopo una giornata passata ognuno per conto suo. Sarebbe stato perfetto. Lume di candela, radio accesa, avremmo parlato. Anche alle tre di notte la radio ha avuto il suo bel ruolo, se l’è ripreso dopo tantissimi anni in cui ha fatto da nicchia, perché purtroppo siamo in pochini ad ascoltare la radio parlata.

Alle 4 di notte, di sabato notte, a dirla tutta, i problemi li hanno avuti soprattutto le cubiste-culiste che si sono trovate a ballare su una musica che non c’era più e senza luci violette di traverso sulle loro tette, per giunta assolutamente cieche in mezzo a suini sbavanti. Li hanno avuti supermercati e negozi di alimentari perché le loro celle e i loro frigoni si sono fermati e il loro latte e il loro formaggio e le loro altre cose da freezer si sono messi a puzzare di un odore che non va via prima di tre giorni, ammesso che sia lasciata aria corrente per 72 ore totali. Gli altri che erano svegli hanno avuto paura di qualcosa di grave e basta. “E basta”.

In questa Waterloo del black-out, però, ci sono tante cose che non ho ben capito.

La prima: di chi è stata la colpa. Cioè: di chi è la colpa si sa e fa molto ridere. È stata colpa di un albero. Uno pensa: tutta l’Italia è rimasta al buio per minimo sei ore, 300mila chilometri quadrati, che è una cosa abnorme, che rimangono senza energia elettrica, la cosa più elementare e scontata di cui facciamo uso ogni fetente giorno, insieme ad aria, acqua e benzina, senza starci troppo attenti.

Trecentomilachilometriquadrati al buio, senza energia elettrica, senza poter poggiare un dito su un qualunque interruttore, la cosa più naturale del mondo per un bipede dotato di dono della parola del ventunesimo secolo.

Trecentomilachilometriquadrati, che sono una cosa abnorme, dovrebbero rimanere al buio per un cataclisma, per la fine del mondo, per una delle cose più orrende che possano succedere, che so, un tornado su una centrale nevralgica, una valanga che ha buttato giù tutto, un aeroplano che ha raso al suono una decina di piloni di quelli fondamentali, un dipendente Enel che ce l’ha col capo e che si è rinchiuso dentro una centralina al confine con un Benelli in mano e ha spento l’interruttorone generale della lampadina tricolore (esisterà qualcosa di simile? Vabbè).

No. Sabato sera c’era vento, in Svizzera, e un albero elvetico non aveva più voglia di star lì a sforzarsi di star dritto. E allora si è appoggiato alla linea di alta tensione. Ha fatto un sospirone e si è appoggiato.

E qui arriva la seconda cosa che non capisco. Perché in Italia (Enel e Governo) si dà la colpa all’albero svizzero, la Svizzera dice “ma come fa un pino a spengere il lampadario da Bolzano a Enna” e un po’ di ragione, a logica (perché non ne capisco molto), ce l’avrebbero pure, poverini, l’Italia allora prova a scaricare qualcosa alla Francia “perché non c’hanno dato abbastanza energia”, dalla Francia ridacchiano e dicono “no, guardate, voi l’energia l’avevate, ma perché non l’avete trasmessa subito?” e allora la colpa diventa nostra, secondo l’Enel, che non vogliamo altre centrali qui accanto e che abbiamo votato No alle centrali nucleari nel nostro Paese e, secondo i Bondi, Bondini, Bonducoli che all’improvviso sono diventati tutti eredi di Edison, un po’ del centro-sinistra, che non ha costruito nemmeno una centrale, inetti, per colpa di quei rompicoglioni dei verdi.

E qui arriva la cosa più ridicola. Si ritorna a parlare di nucleare. Qualche figuro destroide spiega che abbiamo votato No al referendum sul nucleare solo sull’onda dell’emozione dopo Chernobyl e il risultato è stato condizionato. Che dovremmo ripensare a questa ipotesi.

E allora mi chiedo se sono stupido io o è stupido lui. Io preferisco due miliardi di trilioni di fantastilioni di volte un black-out di sei ore anche nell’ora più importante della giornata rispetto a una probabilità su un milione o su dieci milioni o su un miliardo o quanto diavolo sarà la probabilità di un incidente come quello di Chernobyl. Purtroppo un’ora di industria e di finanza val bene una Chernobyl, perché, come al solito, non s’impara mai, perché non basta mai batterci la testa una volta, ma serve sempre la seconda e magari anche la terza, se piace.

Ma chi se ne frega di stare al buio qualche ora, senza televisione, se Dio vuole. Certo, l’energia elettrica è economia di questi tempi, allora cerchiamo luoghi dove poter costruire nuove centrali. Magari senza che siano ad un palmo dal nostro cartello “cave canem”.

Pignolo 6 ottobre 2003 - Diego Pretini

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