Che palle

Tanto poi tornerò a guardare le partite di pallone, tornerò a parlar male del piede di Gattuso, ad infoiarmi per i polmoni di Zambrotta, ad insistere che quel rigore per il Milan era osceno, tornerò addirittura a scrivere di pallone, colpa attenuata solo dal fatto che lo sport giovanile non fa mai schifo, è quello vero, al contrario dello sport dei grandi, sempre pieno di strani odi e strane amicizie che lo rovinano.

Tornerò ad illudermi che il calcio lo fanno i calciatori, dopo questo pezzo, ma prima devo scrivere qualcosa che in questi giorni è la cosa meno originale dopo i calzini Abibas: un abbaio contro chi governa il calcio e chi governa, tout court, che poi è la stessa cosa, perché Galliani è Berlusconi, a pensarci mica tanto a fondo.

In Italia sta diventando una barzelletta, lo sport più divertente (?).

Tutto è partito da un ricorso fatto da Riccardo Gaucci, un signore che dal padre non ha avuto in eredità una villa in Sardegna o un’azienda agricola umbra, ma una società di calcio. E questo è già il segno che lo sport del pallone è malato alla radice, è diventato un affare, un business e ciò che mi urta di più i nervi è che queste cose non sono per niente originali, sono scontate e sono banali, vale a dire che ormai ne è passato di tempo da quando si è scoperto che la partita di calcio è diventata qualcosa in più, ciò che conta sono i soldi, meglio se sono quelli delle televisioni, visto che sono molti di più di quelli che arrivano dai tirchi appassionati che vanno allo stadio ogni morte di papa o si prendono l’abbonamento in curva, perché per quello della tribuna, ci vuole un leasing.

Tutto è partito, si diceva, da un capriccio di Riccardo Gaucci e la sua squadra. E per “sua squadra” si intende il team di avvocati che ha messo insieme per chiedere al Tribunale Regionale di Catania di annullare la sacrosanta, giusta, inopinabile retrocessione della sua squadra (il Catania) e chiedere che la stessa fosse riammessa al campionato di serie B, invece che a quello di serie C, come si sarebbe meritato.

Ciò che fa più ridere è l’argomento del ricorso: nel giorno di Catania-Siena (serie B) Martinelli, giocatore della squadra toscana, era squalificato. E non ha giocato, infatti. Dov’è la colpa, dov’è l’oggetto del contendere, dov’è la vergogna che ha subito il Catania? Martinelli ha giocato una partita con la Primavera (Under 21). Embè?

Da qui altri ricorsi.

La Salernitana ha fatto ricorso al Tar, il Tar le ha dato ragione.

Ora l’Atalanta chiede di essere riammessa in serie A.

Poi si sono scoperte la porcherie delle fideiussioni dove non si sa se Roma e Napoli sono state truffate o sono le truffatrici: insomma, molto probabilmente le loro iscrizioni ai campionati di serie A e serie B non erano valide, ma come dice il vice-presidente della Lega (il vice-Galliani) ed ex-presidente della Federazione: “è inimmaginabile la retrocessione delle due squadre, per motivi di ordine pubblico”.

Motivi che evidentemente per Firenze e la Fiorentina erano meno stringenti, perché gli agganci che si sono trovati per tenere a galleggiare Roma e Napoli, non si sono trovati per Cecchi Gori. E, di contro, si è trovato ora, dopo un anno, per la nuova Fiorentina, che è stata promossa in B, per far numero, un po’ come quando noi inetti del pallone organizziamo le calcettate o come quando a cena siamo in tredici e c’è quella scaramantica. Perché la Fiorentina e non il Pisa? Perché non il Varese, perché non l’Acireale? E perché allora Atalanta, Torino, Piacenza, Como non vengono ripescate in serie A? E di tutte le trentotto partite dello scorso anno che ne facciamo? Le buttiamo? Delle fatiche, dei trionfi, delle lacrime e delle gioie dello scorso anno? Tutto da rifare? Perché? Dove sono le regole?

E’ purtroppo questa l’Italia di oggi. Dove le regole vengono calpestate e, se si viene scoperti, si fa di tutto per cancellarle, quelle stesse regole, così che con loro sparisca anche il reato. E se si dice “Che vergogna”, si tira fuori subito le ingiustizie subite, il Grande Vecchio (a turno Agnelli (buon’anima), Galliani, Borrelli Berlusconi, Bush, Chirac, Saddam Hussein) e Stalin, con la abusatissima filosofia del “manonècolpamia”.

E’ un po’ come quando il proprietario del pallone, nelle partite ai giardinetti, prende la sfera sotto braccio e accigliato ti spara: “Le regole le faccio io”, con relativo coro di insulti del resto del gruppo.

Poi c’è anche il gioco del calcio, tra le altre cose. Che da questo momento non è più credibile, non è più sport ed è l’unica definizione adatta che m’è venuta. Di per sé, la perversione di questo sport fa sì che non sempre chi vince è il più forte, perché ci sono i rigori non visti, quelli immaginati, i pali, i contropiede e le carambole e chi ha visto almeno una partita capisce.

Ora chi perde una partita potrà affidarsi a un qualsiasi azzeccagarbugli di campagna, cercare un qualsiasi difetto di quella partita (perché tutte le partite – tutte – hanno qualcosa che non va, com’è umano), ricorrere a ‘sto benedettissimo Tar, annullare la partita, farla rigiocare o capovolgerne il risultato, senza che i reali novanta e rotti minuti prefissi per quella partita abbiano più un senso; l’esito di quel match, il match, quello vero, quello autentico verrà cancellato da una qualsiasi bolla burocratica di tribunale e l’impegno, la bravura, la fatica e il culo che quella squadra ha avuto legittimamente in quei due tempi verranno vanificati.

Il mondo del pallone rischia di andare in mano ai tifosi e noi ci conosciamo un po’ tutti, quando siamo lì a guardare il nostro amore (la squadra), non si capisce più nulla.

Tutti avranno il diritto di brontolare, di battere i piedi, di iniziare a frignare, di prendersela con i potenti, di prendersela con il Grande Vecchio Manovratore di Arbitri (che nel frattempo è diventato a scelta Diabolik, Satana, Belfagor, Bin Laden: ricordate quell’uomo barbuto, hostis publicus? No, perché non ne parla più nessuno).

Tutti si sentiranno in diritto di non essere soggiogati dall’ingiustizia “perpetrata” (perché un’ingiustizia è sempre “perpetrata”, mai semplicemente fatta) nei loro confronti, quando quell’ingiustizia sarà semplicemente la legge del calcio, la legge dello sport, dove chi fa più gol (o chi ne prende meno, dipende dai punti di vista), chi va più forte, chi fa meglio una certa cosa, vince e buonanotte al secchio.

Si arriverà al punto di avere una serie A a cinquanta squadre, con tutte le retrocesse a fare ricorsi su ricorsi per un rigore che non c’era, per una bandierina troppo dentro al campo, per un gigantesco dislivello di due millimentri intorno al dischetto del centrocampo, per la troppa umidità in panchina (ce li vedo già gli avvocatelli: “i giocatori subentrati nel corso della partita non hanno potuto rinforzare la propria squadra perché attanagliati dalla morsa del freddo”), per la carenza di zucchero nel tè (“minore energia di quella richiesta per uno sforzo del genere”), per l’acqua troppo calda (“rischio scottature per le partite a venire”), per uno scatto di macchina fotografica proveniente dalla curva est che per un attimo ha disorientato il portiere ospite e non a caso dopo 21 minuti è arrivato il gol della squadra di casa.

Una serie A a cinquanta squadre, con squadre svizzere, austriache, slovene, croate, greche, marocchine, libiche e cipriote tutte lì in fila alle ambasciate per chiedere di essere ammesse al nostro campionato perché tutto sommato c’è l’Avellino, perché non ci può essere il Lugano (sponsorizzato, ovviamente, dai composti parlamentari leghisti). Le partite si giocheranno tutte tra Washington, New York, Londra e Parigi, perché tanto negli stadi italiani non ci va più nessuno.

Si gioca e poi a sfidarsi sarà una ventina di persone, ma non saranno vestite di calzoncini, calzettoni e magliette. Bensì di toghe, giacche e cravatte, a rivedere le partite alla moviola, a guardare se per caso il fallo da rigore al 23’ è avvenuto per una zolla messa male o realmente (ma non scherziamo, vostro onore) per lo sgambetto del difensore.

Ora ci si mette anche il Governo e la maggioranza (ma che diavolo c’entrano mai Urbani, Gianniletta e La Russa col pallone?) con un decreto legge che impedisce ai Tar di occuparsi di giustizia sportiva e rimette in B tre retrocesse più la Fiorentina al posto del Cosenza che è fallita, ma sento già puzzo di ripescaggio, tanto chi se ne frega, abbiamo fatto trenta.

Ma perché una cosa simile non è stata gestita dal Coni che è l’organo primo dello sport italiano? Perché il Coni non lo fila più nessuno, è senza soldi e anche un po’ decrepito, la sua voce è più fioca di quella del governo, anche perché, si sa, lì nel governo c’è un presidente di calcio, ed è commovente il presidente del Coni Petrucci quando va in tv e parla di tutti gli sport tranne che di calcio, parlando di sport mostruosi tipo canoa kajak, tiro con l’arco, pallavolo e sci di fondo.

Tanto poi, lo sapete, tornerò a guardare le decine e decine di partite che ci faranno vedere, pagando, ovviamente, sia dal vivo che dalla scatola del denaro.

Intanto, però, nella settimana che viene, mi gusto i campionati mondiali di atletica e quelli di canottaggio, discipline in cui la falsità di una gara può essere data solo da un atleta indecente che si droga o da un infortunio di chi lotta per una medaglia. E quando è finita una gara nessun presidente si sogna di fare ricorsi alla giustizia ordinaria per chiedere di annullare quella competizione. Perché il più forte in quel momento vince, che piaccia o no ai lacrimanti sconfitti.

Sport in cui chi è davvero forte, vince per forza di cose, non ci sono dubbi e se il favorito non arriva primo, è solo perché i meno favoriti hanno fatto la loro gara della vita, mettendoci lacrime, sudore e sangue, per essere protagonisti.

Protagonisti. Una parola che i giocatori di serie A e serie B sentono sempre meno loro, perché nel campionato più avariato del mondo, chi comanda il gioco non è chi gioca, ma chi li fa giocare.

Quando, in un futuro inimmaginabile per ora, una punizione di Del Piero, un pallonetto di Totti, un tackle di Gattuso, un colpo di testa di Materazzi e una parata di Peruzzi conteranno di più per l’orgoglio personale dei giocatori e meno per le azioni in banca e gli introiti dagli sponsor, allora il calcio dei grandi somiglierà un po’ di più a quello dei piccoli.

Che si fanno il mazzo, che si rompono, che si incazzano, che si picchiano, com’è giusto che sia perché lo sport è così, un po’ stronzo, se capite cosa voglio dire. Con le regole, anche se di arbitri incomprensibili ce n’è parecchi.

E lo fanno per loro, per i loro compagni, per il loro allenatore e per i colori che tengono sulla loro maglietta e, perché no, per un sorriso in più di babbo e mamma. E per niente e per nessun altro, se Dio vuole.

Pignolo 23 luglio 2003 - Diego Pretini

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