Fuori

Gli ha dato di volta il cervello. Non c’è altra spiegazione. Il cervello gli si è fuso, gli si è sciolto in quel cranione lasciandolo vacuo.

E’ fuso, andato, annebbiato. Qualcuno lo fermi o almeno gli chieda se fuma pesante.

Io, italiano, mi sento offeso, profondamente offeso, dall’essere rappresentato da un personaggio di una bassezza simile e non sto parlando di statura. La bassezza è istituzionale, è culturale, è etica. Questo personaggio ci rappresenta, questo personaggio è l’Italia perché l’inquietudine generale (ma mica tanto poi, purtroppo) lo ha messo a governare, con una forza assurda e immotivata, per una figura del genere, portando il nostro nome in giro per il mondo in questi modi e con questo genere di atteggiamento.

Tutti i luogotenenti del padrone avevano sbavato ancora una volta, uniti, dicendo che gli attacchi dei giornali europei al presidente del consiglio erano immotivati, perché il semestre europeo non era ancora iniziato, che si doveva giudicare solo dopo i fatti.

A parte il fatto che per giudicare il lavoro dell’esecutivo self-service (lui si serve da solo) sarebbe bastato uno sguardo ai due anni di governo. Ma, visto che secondo gli Schifani e addirittura i vice-Schifani (immaginate la frustrazione di chi è vice di Schifani: uomini distrutti), i giornali europei non possono giudicare, perché evidentemente le notizie italiane non arrivano all’estero o forse perché, come tutti sanno, tutti i giornali europei sono filocomunisti o affini.

Il Financial Times, per dirne uno, è un covo di leninisti dallo spirito spartachista-rivoluzionario che a tratti si rifà a Sorel. Pare sia stata anche una succursale occidentale del Pci cinese.

Bene, ora i fatti, dopo il primo giorno del maledettissimo semestre europeo, ci sono e sono da piangerci la notte.

Mi vergogno di essere connazionale di quel personaggio.

Succede che Martin Schulz, socialdemocratico tedesco, critica il presidente di turno dell’Unione Europea facendo leva sulle solite noiosissime, barbosissime argomentazioni che usiamo noi stalinisti, quando c’è da vincere le elezioni: il conflitto di interessi, le leggi cartigienica, Bossi. Tutte cose trite e ritrite, dette migliaia di volte alla tele (?), sui giornali, in Parlamento. Ma lui s’è sentito colpito, è diventato di gesso, gli si è indurito il volto, forse perché davvero per la prima volta ha capito che non serve dire per centinaia di volte delle cose per scolorire la verità, annacquarla, diluirla per buttare in primo piano l’esteriorità, una facciata di cartapesta e dietro nulla.

Per la prima volta ha veramente capito che sta facendo una figura barbina davanti all’Europa.

C’è rimasto male e ha dovuto rispondere. Nel modo peggiore che poteva scegliere. Così.

Con tono di voce alto, quasi urla.

“So che in Italia c’è una… c’è un produttore che sta montando un film sui campi di concentramento nazisti, la suggerirò per il ruolo di kapò”.

Si ferma, guarda l’effetto che fa. Accanto a lui Fini sbianca
http://www.repubblica.it/gallerie/online/esteri/facce/7.html
si volta verso Buttiglione cercando conforto e con gli occhi pare dire: “Ma chi ce lo fa fare?”.

Il presidente ingudicabile (nemmeno dai giornalacci schifosi di sinistra come il Financial Times) fa finta di fare il disinvolto, perché la sicurezza simulata è sempre un buon antidoto.

“L’Italia quindi…”.

Non c’è nessun discorso da portare avanti sull’ “Italia”, ma lui lo dice un po’ proprio per la famosa sicurezza simulata e un po’ perché gli verrebbe voglia di dire “L’Italia, quindi, risponde alla Germania. 1-1” perché per lui un dibattito parlamentare (non importa se a Bruxelles, alla Camera, al Senato, in consiglio di amministrazione o nelle stalle di Arcore, che differenza fa?) è un po’ vincere o perdere. Ed è già tanto se non ha detto “tiè”, in fondo.

“Lei è perfetto”, insiste.

Insiste, volendo fare il piacione, il simpatico e non riuscendo a carpire la diversità tra uno spogliatoio di una squadra di sollevamento pesi e un europarlamento, in cui parla (almeno questi li considereranno fatti, Schifani, Schifanetti e Schifanucci?) da presidente dell’Unione Europea.

Quando capisce di averla fatta ancora una volta fuori dal vaso:

“Rispondo…” dice titubantissimo “bene, io comunque concludo questa polemica”.

Il brusio inizia davvero a farsi di alto tono. Risponde lo stesso Schulz: “Mi chiedo se chi è capace di dire certe cose, può essere in grado di svolgere una funzione pubblica”. E con lui siamo in tanti e molti di noi si sono anche già dati la risposta.

Non contento ha concluso in bellezza, con quelle che dovevano essere una specie di spiegazioni: “In Italia tengono banco da decenni storielle sull’Olocausto. Gli italiani sanno scherzare sulle tragedie per superarle e forse non abbiamo la sensibilità che avete voi in Germania”.

Quest’uomo ha una cultura da spogliatoio, ha un infantilismo da terza elementare, un pensiero da spaccone di bancone da bar. Le “storielle sull’Olocausto” le racconta chi non ha senso della storia, perché non ha potuto, voluto o saputo studiarla. Non le racconta un presidente del consiglio, uno che fa il capo del governo e viene i brividi al solo pensiero che ricopre la stessa carica che fu di Churchill o di Wilson, o per rimanere in Italia di Giolitti, di De Gasperi, dello stesso Ciampi.

E’ piccino piccino il pensiero di questa sagoma da palazzine meneghine, risponde indispettito come un novenne alle accuse che gli fanno. Non scendendo a parlare dei contenuti, ma buttandola in caciara, in battuta, parlando d’altro, come sempre succede quando è in difficoltà.

Risponde irritato come un bimbo (ce lo vedi, lì che fa le linguacce e le pernacchie, dando i pizzicotti e i morsi sulle braccia), perché la dialettica del dibattito non deve costruire, non deve avere un fine, quello ultimo, di fare del confronto una costruzione di idee.

No, il dibattito per lui è competizione, è gara, chi alla fine ammutolisce l’altro (anche con il tono di voce o l’ironia, ovviamente non è necessario parlare di argomenti autentici) vince il confronto e non lo vince chi cerca di criticare (anche duramente) per filo e per segno.

Le reazioni sono state da sciagura internazionale. Il presidente del parlamento europeo, Pat Cox, irlandese e popolare come il signore in doppiopetto con linguaggio da palafreniere, gli ha detto: “Silvio, what the fuck have you done?”. Che cazzo hai combinato? Il capo dei popolari (come il palafreniere in doppiopetto) è tedesco e prende il manovale truccato da una parte: “I miei sono furibondi, non ti sognare neppure di venire a ripetere alla riunione del gruppo popolare quello che hai appena detto in conferenza stampa”.

Perché non ha chiesto scusa a un diamine nessuno, per giunta. Si è chiuso a riccio, orgoglioso del suo errore grossolano. Ecco l’infantilità, la piccineria, la chiusura mentale. Non mi ricordo chi diceva che è idiota chi nel corso della vita non cambia mai idea.

Fini, lui che ha portato il partito postfascista ad una svolta decisiva della destra italiana, si è alzato mentre la figurina continuava a sputare parole assurde, vuote, fumose, come al solito. E’ andato da Prodi, che gli ha detto: “Che ti posso dire? Mi viene da piangere”.

E gli Schifani, Schifanori e Schifanini? I Bonduccioli? Dove sono i luogotenenti guinzagliati (senza esse)? C’è Bondi che non sfrutta mai l’occasione di stare zitto e a questo giro sospetta che sia stata una soffiata della sinistra italiana a suggerire le parole di Schulz. Ma se anche fosse? L’opposizione ha fatto l’opposizione criticando il governo. La sagomuccia non è un’anomalia? Non è una stranezza? Cavolo, se lo è. E perché non si può dire?

Che vi posso dire? Mi viene da piangere.

Pignolo 7 luglio 2003 - Diego Pretini

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