Italiani

Nel pomeriggio post-ballottaggio dove tutti i tiggì erano alla ricerca dei commenti di ogni straccio di onorevole o senatore o coordinatore o rappresentante o simpatizzante che potesse commentare il risultato delle amministrative 2003, sul Tg3 Bianca Berlinguer aveva in collegamento Gnazio La Russa da uno studio Rai di nonsoddove e Rutellino e Fassino da Montecitorio al microfono di Roberto Toppetta, giornalista parlamentare proprio del Tg3.

Dopo che Fassino conclude il suo intervento, con le solite mani dietro, un po’ gobbo in avanti e la testa che mentre parla si scuote sia che dica “Abbiamo stravinto” sia che dica “Abbiamo preso una travata”.

Il microfono di Toppetta passa lentamente dalla bocca magra di Piero a quella più fine e più mascellata di Francesco.

Mentre il bambolotto Rutelly inizia a parlare, strascicando ventidue parole a periodo, si sente mettere in moto sullo sfondo sonoro un Johnson 25 cavalli o un rasaerba o un califfone, non so quale dei tre.

Poi si scopre che è la voce di Grazio che per tre-quattro volte vuol sapere insistentemente il nome del povero Toppetta, reo di aver annuito a qualche frase precedente di Pierino.

Non commento questo atteggiamento: un po’ perché Toppetta ha i muscoli facciali come ognuno di noi e ha addirittura la capacità di muovere la testa in avanti, indietro e perfino a destra e a sinistra e in diagonale (un mostro di bravura), un po’ perché come Toppetta annuisce a Fassino, c’è un Romita o un Pionati che annuisce a Fini o a Casini.

Voglio dire: primo, un giornalista è umano e, secondo, uno non decide di votare per una o per l’altra parte, aspettando l’approvazione del piccolo (di statura) Roberto Toppetta.

Non commento questo atteggiamento di un esponente post-fascista. Ma voglio amplificare delle espressioni nuove con le quali il centrodestra (ma in questo caso parliamo di destra pura) vuole convincere gli elettori del referendum.

Si chiama Andrea Ronchi, ha la faccia di Terence Hill, i capelli di Gianfranco Agus (chissà se qualcuno se lo ricorda) e nella vita fa il deputato e basta e dunque un po’ di oratoria e quindi un po’ di italiano dovrebbe sapere.

E’ di Perugia, una città che io ho sempre visto come intelligente, intellettuale, ponderosa. Ronchi, in una delle pochi spazi a ore antelunari che sono stati dati ai referendum (poi si farà la solita manfrina “referendum falliti”: e ci credo), ha infilato in 30” due perle di saggezza.

E’ lì, accanto a Roberto Brunetta, un forzitaliota sosia di Mauro Di Francesco (spero che almeno lui qualcuno se lo ricordi), e Ronchi è nel pieno della sua oratoria, della sua vis per spiegare perché i cittadini debbano prendere il loro unico modo di partecipare alla sorte di tutti (cioè il voto), buttarlo nella propria tazza di fronte al bidet e tirare la catenella, che oggi non c’è quasi più da nessuna parte, ma il senso è quello.

Dice Ronchi che come lo appoggia il suo partito (An) e tutti quelli del centrodestra, l’astensione ai referendum (ed è vero) la chiedono anche i due principali partiti del centrosinistra, i Ds (tranne i sinistroidi) e la Margherita. Ebbene Ronchi dice che “appoggia l’astensione il centrodestra in tutto toto”.

In tutto toto. Non è “in toto” e neppure “tutto”. E’ tutto toto. E’ di più, perché, si sa, il latino fa un certo effetto, è lingua di colti.

E’ un po’ come dire, “innanzitutto in primis” oppure “e a dolce fine come un dulcis in fundo” o ancora “con il collo piegato tipo obtorto collo” o sennò “ultima ratio da usare come ultima soluzione”.

Toto è sostantivo, proprio, e solo se il toto è tutto, si può dire che è tutto, se il toto è mezzo, manca qualcosa, se il toto è parziale, non può essere detto completo, totale o tuttale, come direbbe Ronchi.

Ma l’onorevole Ronchi è un fiume in piena, sarà forse per la somiglianza con Gianfranco Agus.

E continua. Spiega che sommando tutte le sigle che sono contrarie al Sì dei referendum verrebbe una lista lunghissima e Ronchi la definisce così: “la maggior parte del Paese”. Ma poi si accorge che è troppo poco, detto così. Ci pensa un attimo, si rimbomba nel cervello come la frase suona (“la maggior parte del Paese”, “la maggior parte del Paese”, “la maggior parte del Paese”) e sente che non va, che è ancora poco, che non dà bene il senso della cosa e allora si corregge, rettifica e fa gli occhioni verso la telecamera per far capire bene agli italiani il senso di ciò che sta dicendo e arriva alla soluzione concreta, apre il suono della bocca e parte: “… anzi, la grande maggior parte del Paese”.

Ma dev’essere una malattia, questa, che sta strisciando con una velocità che nemmeno la Sars e tutte le polmoniti atipiche del mondo tengono il passo.

Per esempio, in un’altra trasmissione televisiva (su La 7) c’era un economista di Forza Italia, Giampiero Cantoni.

Per cinque volte (cinque, giuro) ha detto Frioli invece che Friuli (si parlava di amministrative, com’è ovvio).

Il Frioli Venezia Giolia. Rivoluzione. Sarà uno dei prossimi “impegni concreti” del Phard-Che-Ride? Eliminazione delle U, perché sanno troppo di comunismo? U come Urss, u come Ulijanov, il vero cognome di Lenin? Troppo.

Sostituire con le O E così:
Gnazio, per esempio, diventerà La Rossa che pare più un nome di una signorina da marciapiedi che da onorevole Certo, per Berlusconi non cambierà molto, perché la lombardità del cognome rimarrà, ma per Carmelo Porcu, sempre An, sarà davvero una bella botta.

A Rutelli potranno fare battute a sfare sulle rotelle al loro posto.

Il vice-presidente della Camera piombinese Fabio Mussi, sembrerà più un Bolmare e finalmente sapremmo la vera origine delle cose dette da Rocco Buttiglione.

Nulla sarà come prima in seconda serata dove non avrà più senso il nome di Vespa né quello di Costanzo.

La buccia diventerebbe pesantissima da togliere.

Non ci saranno più dubbi su come si scrive oliva, su come si scrive ubbidire.

Il bullo diventerà il bollo e tanto per cambiare ci faranno pagare qualche cosa.

L’Euro diventerà Eòro e tutti, con in mano la moneta unica, saranno quotidianamente illusi oltre che uccellati.

Pignolo 16 giugno 2003 - Diego Pretini

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