Soprattutto

Più dei 62295 spettatori, più della sacralità, manco fosse Stonehenge, dell’Old Trafford (e non solo perché è Old), più della dea Visnù Buffon,

più del rigore di Montero a uno e mezzo all’ora con Dida che prima di coricarsi alla propria sinistra si è spalmato addosso una manata di protezione sei,

più di Valerio Fiori che fino a poco tempo fa giocava nel Cagliari e ora ha vinto la Coppa Campioni con il Milan,

più dell’immagine di Ivan Gattuso e Christian Brocchi insieme che festeggiano (come dire: per giocare al calcio, piedi vietati, pena la panchina), più dell’assenza sul campo di Mauro Camoranesi (bufala mediatica gigantesca che nemmeno gli Stati Uniti prima della guerra all’Iraq) che l’hanno scoperto giocare con la xxxl, i bermuda e le scarpette rosa con le punte,

più della presenza di Trezeguet che ha deciso di essere impaurito, inutile e dannoso proprio ora, proprio in questa partita, proprio ai rigori, più della scelta di far calciare il terzo a un panterone con i piedi di stagno come Marcelo Zalayeta il terzo rigore e a un fabbro ferraio come Paolo Montero il quarto,

più della frase “siamo condannati a vincere” del Presidente del Milan che solo dopo il rigore tirato da un frigorifero di nome Schevchenko ha trovato un significato,

più della vicinanza quasi millimetrica in tribuna di Claudio Bisio (uno che il comico lo fa) ed Emilio Fede (uno che comico lo è),

più di Lippi che dopo aver vinto una Coppa Italia, quattro Supercoppe Italiane, una Supercoppa Europea, una Coppa Intercontinentale, una Coppa dei Campioni e quattro scudetti si è messo a piangere per una partita persa ai rigori, cioè per una partita senza vincitori,

più di Ivan Gattuso in mutande,

più di Sandro Piccinini che nell’istante in cui si era fatto male credo Tudor (che nonno, in un modo ipermeraviglioso, chiama Tudo, senza erre) ha chiamato quattro minispot di seguito (pare sia record, nonno era in coma vigile),

più di Sandro Piccinini che dal 6’ al 116’ ha fatto la promozione al giornale Controcampo (lo posso ripetere a memoria: “con il film di questa che è la partita dell’anno, i commenti, le interviste: troverete domani in edicola l’edizione speciale Controcampo”) ricordandosi ogni tanto di essere pagato per raccontarci la partita,

più di Marcello Lippi che ha chiesto a chiunque chi volesse calciare i rigori (pare anche al responsabile marketing Romy Gai) e trovatosi davanti il delegato Uefa che voleva i nomi ha scosso la testa, ha allargato le braccia e, sconsolatissimo, ha detto “I don’t know”, con la faccia da “non mi rompere i coglioni”,

più della faccia di Schevchenko subito prima del rigore decisivo rivolta all’arbitro come dire “vuoi aspettare ancora per farmi tirare ‘sta mmerda di rigore? No, non lo so, quando hai fatto i tuoi sporchissimi comodi…”, come se davanti avesse la Settimana Enigmistica e il suo compito fosse Unisci i punti.

Be’, più di tutto questo mi ha colpito un puntino nello stadio. Roberto Maroni.

Giuro. Roberto Maroni, il ministro della Repubblica. Non avete capito male, l’avvocato varesino Roberto Maroni, Lega Nord, braccio destro (o sinistro, fate voi) di Umberto Bossi.

Tutti in giacchecravattati, il Presidente in logico doppiopetto. E tutti in fila. Da destra, Franco Carraro, presidente della Figc, Umberto Agnelli, presidente onorario della Juventus, Sepp Blatter, presidente della Fifa, Lennart Johansson, presidente dell’Uefa, Silvio Berlusconi, presidente di sceglieteneuna e due posti a sinistra Adriano Galliani, vice-presidente del Milan. Tutti in giacca scura, tutti con il collo prigioniero della cravatta, tutti pettinati, tutti sistemati. Poi, la visione.

Lui, Maroni, tra il Presidente e Galliani. Con un giacchettino di jeans. Giuro.

Lui, ministro della Repubblica Italiana, già ministro degli Interni e vice-presidente del consiglio, lui che è ora ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, ma gli affibbiano sempre l’apposizione di ministro del Welfare, lui, che quindi l’inglese ce l’ha anche nell’apposizione, all’Old Trafford, in tribuna d’onore, accanto a chi nel calcio conta di più in assoluto e anche in politica purtroppo, nella partita più importante dell’anno, all’evento sportivo dell’anno, in mondovisione: lui si presenta con un giacchettino di jeans chiaro. E con le maniche più corte delle sue braccia. Uno spettacolo. Altro che Juve-Milan.

E ora avrà il via una vera e propria rivoluzione della formalità istituzionale.

Fassino si sentirà in dovere di andare in giro con le infradito.

Scalfaro andrà al lavoro con i blue jeans trattati e strappati alla mela destra.

Rutelli si metterà il gel e andrà a Portapporta con i capelli elettrizzati stile Saltimbanco Fumarola, il giovanotto acrobata uscito dalla scuola De Filippi.

La Russa si farà il piercing al naso, mettendoci prima la campanellina e poi il brillantino fucsia.

Giovanardi si tirerà tutti i capelli all’indietro, andrà in giro con le fruit bianche, i pantaloncini beige e gli zoccoli olandesi bianchi modello Infermiere Ortopedia.

Casini si coprirà con un giacchetto di pelle nero con sotto una t-shirt con scritto “Dalla non è un cantante, è un consiglio”, pantaloni con fantasia mimetico-militare e scarpe da tennis alte fino allo stinco “Pump-Up”.

Ciampi alla cerimonia del 2 giugno si vestirà con i bermuda, una camicia a fantasia floreale con gli occhiali da sole sulla testa e il filo degli stessi che gli scorrerà dietro il collo e per finire un bel cappello largo alla Mr Crocodile Dundee.

A quel punto il Presidente si sentirà emarginato e non sufficientemente osservato e quindi si toglierà il doppiopetto.

E lì si vedrà il vero Berlusconi. Tolta l’armatura, tolta la superficie, tolto il “di fuori”, vedremo tutti cosa il Presidente ha sotto la sua immagine, dietro alle sue mille impalcature (ideali, non delle sue palazzine).

Sotto tutto, niente.

Pignolo 30 maggio 2003 - Diego Pretini

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