No War/6: Get out?

E allora si scopre che Alì il Chimico Majid, il braccio destro di Saddam Hussein, non è morto, come si è detto il giorno prima che la guerra “finisse”, ammesso che sia finita sul serio e io ci credo pochissimo. Alì il Chimico, il più pezzente dei gerarchi iracheni (perché uno un po’ peggio c’è sempre), è stato visto, pare, tra Tikrit e il confine che divide l’Iraq e l’Iran, che evidentemente non sono divisi solo da un cambio di consonante. E allora uno se lo immagina, ‘sto Alì il Chimico. Camuffato, travestito, con la barba lunga, gli occhiali da sole grandi come una maschera da saldatore, vestito da poveraccio e solo, maledettamente solo, perché quando si perde una guerra, non ci si può permettere né di fidarsi anche del più fido vassallo né di andare in giro con la scorta, perché i poveracci non vanno in giro con la scorta.
Bene, Alì il Chimico è stato visto, bello come il sole, scortato da cinquanta feddayn. Non due, non cinque, non dieci, ma cinquanta. E allora, mentre leggo il titolone con su scritto “La vera guerra è finita a Tikrit”, mi domando come stradiavolo faccia quest’uomo, il più diabolico dei diavoli, ad andare in giro per l’Iraq, bel bello, scortato da un pullman di combattenti senza pullman. Non può tornare in mente le voci della fuga di Osama bin Laden prima (via mare) e del suo protettore il mullah Mohammed Omar (pare in moto). Ora Alì il Chimico gira per la Mesopotamia con cinquanta baldi giovani al seguito. Vediamo tutte le ipotesi possibili sulla fine dei grandi sconfitti.

1. Osama bin Laden.
Versioni americane.
a) è morto sotto i bombardamenti.
b) Lo nasconde il Pakistan, ma il Pakistan è nostro alleato e anche se lì non c’è democrazia, chissenefrega.
c) aveva così tanti soldi (lui che dice tanto dell’America…) che s’è fatto portare sulla Luna.
d) Sappiamo dov’è, ma ci ha chiesto di giocare un altro po’ a nascondino e noi lo assecondiamo.

Le voci incontrollabili.
Pare sia fuggito via mare. Mentre nell’Oceano Indiano erano ben piazzate le gigantesche portaerei a stelle e strisce e gli aerei partivano anche dalla base su un’isola (Diego Garcia) che di solito intorno ha il mare, Osama bin Laden scappava via mare. Cioè: è arrivato al mare (e ci sono centinaia di chilometri da Kabul al mare), ha trovato un pontile libero, è montato sulla sua barca o su quel che era ed è scappato, mentre le bombe cadevano, smart come sono, sugli ospedali afgani, sugli ospizi e certe volte anche su caserme e postazioni di contraerea.

Ripeto: quest’uomo, uno e novantasei (non uno ignorabilissimo, ecco), con la dialisi (quindi bisognoso di cure quasi tutti i giorni), con i cacciabombardieri più potenti del mondo che sulla sua testa pativano di dissenteria, è riuscito a farsi settecento chilometri (mettiamo da Kandahar che è più vicina al mare), salire su un qualcosa che galleggiasse e a non farsi vedere da nessun americano o suo alleato. Di seguito le ipotesi sul natante utilizzato:

- Yacht motorizzato, con un capitano, due assistenti di comando, due mozzi, quattro camerieri, due cuochi, sei top-model che prendono il sole sul ponte.

- Gabbianella rossa e nera, con un motorino Johnson da quindici cavalli che non fa nemmeno le onde quando passa. Strumenti a bordo: un volante, un paio di remi, un telefono satellitare, un retino, un kit di ami, una scatoletta di vermi da esca, una gottazza per togliere l’acqua che può entrare, una tanica di riserva di benzina verde. Per attraversare l’Oceano.

- Patino rosso con scritto Bagni Flora. E’ armato di scivolo che dà sul dietro, ha una doppia postazione per pedalare e anche due remi, se qualche pedale si rompesse.

- Materassino gonfiabile a forma di telefono cellulare. Grigio, con i tasti neri e i numeri bianchi con scritto grosso Motorola. Antennone rosso di un metro. A bordo un costume della Quicksilver e un tubetto di Piz Buin.

2. Mullah Omar.
Versioni americane.
a) è morto sotto i bombardamenti.
b) È soffocato nel suo turbante, mentre si nascondeva ad un controllo della patente eseguito da un nostro ragazzo.
c) Lo nasconde il Pakistan, ma il Pakistan è nostro alleato e anche se lì non c’è democrazia, chissenefrega.
d) Sappiamo dov’è, ma gli piace tanto giocare a nascondino e noi lo assecondiamo.

Le voci incontrollabili.
Pare sia fuggito in moto. Mentre in tutto l’Afghanistan stavano svolazzando gli strumenti da guerra più terribili da immaginare, non si poteva respirare che ti potevano prendere per un terrorista, il capo dei Taliban, accusato di aver coperto per anni l’hostis publicus mondiale bin Laden, si è messo il casco, le mani sul manubrio, il piede sulla pedalina e brum brum brum. E’ salito sulla sella, ha sgasato e facendo il saluto militare a tutti gli americani che vedeva, se ne andava per la stupenda campagna afgana, certo un po’ polverosa per via delle bombe che piovevano, smart come sono, non solo sulle caserme e sulle postazioni di contraerea.

Ripeto: quest’uomo, con un occhio sfigurato (non uno ignorabilissimo, ecco), con i caccia più eccitati del mondo espletavano la loro funzione, è riuscito a farsi centinaia e centinaia di chilometri su un motociclo, fermandosi pure ad un self-service perché di centinaia di chilometri in moto ne fai molto poche. Di seguito le ipotesi sul motociclo utilizzato.

- Yamaha 500 ricevuta in dono direttamente dalla fabbrica. Colore rosso fiammante con fulmine giallo sulle fiancate che va dal serbatoio alla fine della sella. Casco: integrale di colore nero, con copertura degli occhi oscurata che permette di vedere fuori ma non consente di vedere dentro. Ai lati dei particolari gancetti per non far andare la lunga veste del proprietario nelle ruote.

- Harley Davison di colore nero con manubrio all’altezza della fronte che alla fine del viaggio ti manca il sangue alle mani. Le gambe sono totalmente stese in avanti. Casco che lascia spazio ad orecchie e barba con corna di bufalo attaccate sopra. Optional: occhiali con lenti scure verde militare che vanno dalle sopracciglia al mento, giacchetta in pelle di pigmeo.

- Aprilia Scarabeo 50 di colore viola. Casco non integrale e non omologato di colore bianco con striscia rosa in basso con scritto sopra Osama – Mullah forever. Parabrezza con figurino appiccicato di Pochacco, bauletto originale rettangolare con su scritto con pennarello rigorosamente Osama: Osama t.v.t.t.t.t.t.t.t.b., portachiavi di Hello Kitty. Posizione di guida: sedere tutto in cima alla sella, schiena dritta a mo’ di passo dell’oca, mani che tengono il manubrio agli estremi con mignolo destro leggermente rialzato, piedi (vestiti di New Balance) puntati agli estremi posteriori del tappetino nero. Optional: occhiali Gucci rosacei.

- Califfone regalato da indovinate chi, visto il nome. Problemi nel mettersi moto (rumore del tipo: cra, cra, cra, cra, cra, barabammmmm). Casco nero, rovinato in basso, senza cinturino. Specchietto mancante. Lancetta del contachilometri non funzionante, spia della benzina costantemente accesa. Optional: sigaretta Marlboro, jeans sdrucito, scarpe anti-infortunistiche, canottiera.

(1/continua)

Pignolo 26 aprile 2003 - Diego Pretini

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