No war/4: Ovatta

E poi ci sono anche i morti. Tutti si occupano di truppe, divisioni, movimenti, avanzate, ritirate, sacchi di resistenza.

Al 3 aprile sono 677 gli iracheni morti che con la guerra non c’entravano nulla. 5037 i feriti e c’è da scommetterci che parecchi sono gravi, perché la guerra è una lotteria e c’è sempre qualcuno che al gioco è sfortunato.

Ditemi un telegiornale che apre con la notizia dell’ennesima decina di morti innocenti, colpevoli solo di essere in vita e maledettamente proprio sulla traiettoria dei Cruise. Prima si dice che ci sono stati “forti bombardamenti” e la notizia dei morti ammazzati la si accarezza, la si sfiora, la si lambisce, la si lecca, come in un gioco di prestigio la mettiamo in mezzo ad un periodo lungo un’ora che passa come fosse la notizia sul disegno di legge Gasparri o l’uscita dell’ultimo di Ozpetek.

Perché la notizia non sono mai i morti, cioè l’effetto principe della guerra, ma la notizia è l’avanzata anglo-americana fino a trenta miglia da Baghdad.

Perché anche la guerra dev’essere politically correct, quando la guerra è very not correct.

Perché bisogna mettere dei guanciali anche per parlare di guerra. E’ la realtà, quella dei morti, non è la realtà, quella della descrizione della cluster-bomb, il più vigliacco degli ordigni perché semina piccole mine tutto intorno a dove cade e hai voglia di dire che sono “smart”, intelligenti.

Il paradosso è che strage copre strage. Nessuno, a parte il piccolo giornale della mia città, ha dato notizia dei due-tre-quattrocento morti per lo smottamento di un pezzo di montagna, il Cerro Pucaloma, sul villaggio di Chima, in Bolivia. Io uso molto spesso il “se” in questi casi, perché aiuta a farci riflettere, in barba ad ogni regola di studio storico.

Fosse successo in un posto a noi vicino geograficamente (in Europa) o idealmente (Stati Uniti)? La domanda è retorica. Dirette tv, la notizia sarebbe la seconda dopo la guerra. Anzi: visto che la guerra sta perdendo interesse, dopo la grande eccitazione dei primi giorni, forse sarebbe stata pure la prima notizia in un giornale. Sì, la guerra sta perdendo attenzione da parte degli spettatori ed è la cosa più brutta che possa succedere. Dopo quindici giorni di guerra, il conflitto è entrato nell’abitudine del guardare la tv. Bruno Vespa ha ricominciato a fare la seconda serata, non più la prima, come i primi giorni.

Guardavo la tele, una di queste sere (credo giovedì), e con grande tristezza ho notato che nessuno dei sette canali televisivi nazionali faceva più trasmissioni di approfondimento o dibattiti, che, fatti in tranquillità, danno sempre una mano a chi osserva. E allora sono stato per almeno un minuto a fare zapping continuo, perché non credevo ai miei occhi. Ho aspettato che finisse la pubblicità in ogni canale per controllare ancora. Niente. Questa è la cosa più brutta che possa succedere ad una guerra: non essere raccontata e analizzata nell’ora di punta.

Una notizia che ci solleva e ci distoglie per un poco l’attenzione arriva dallo sport, pur rimanendo in Iraq. Infatti la partita della nazionale irachena valida per qualificarsi ai Giochi Olimpici del prossimo anno ad Atene è stata posticipata a data da destinarsi. C’è voluta una disposizione della Fifa, per altro, come se non fosse sottintesa, la cosa. Se la Fifa non avesse avvertito la federazione calcistica irachena (presieduta da un figlio di Saddam Hussein, mi pare, Qudai) che la partita non si sarebbe potuta giocare, gli iracheni sarebbero scesi in campo. E dribblando una tagliamargherite, mettendo a sedere un Marine e fra le altre cose portandosi dietro il pallone tra i piedi, sarebbe arrivato in porta, a tu per tu con il portiere che chissà se l’avrebbe aspettato verticale o orizzontale e non stiamo parlando di tuffi laterali. La cosa più simpatica dell’accaduto è l’avversario che sarebbe dovuto andare in trasferta a Baghdad. Tenetevi forte: il Vietnam.
Pare che Afghanistan e Somalia abbiano brontolato perché volevano organizzare un quadrangolare.

Pignolo 4 aprile 2003 - Diego Pretini

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