No War/3: Sovrani

Faccio la mia prima colazione in pace con le prime notizie del giorno sulla guerra. Gli unici che dicono qualcosa sono quelli di UnoMattina, per cui sono costretto a vedere RaiUno. Mentre in cucina rifilo un morso ad un dolce fatto in casa, sento dalla tele in salotto che Donald Rumsfeld, segretario alla Difesa americano (nell’Ottocento si chiamavano ministri della Guerra, in centocinquant’anni una cosa l’abbiamo imparata: ad ovattare le parole), ha dichiarato che, sì, è caduto un altro elicottero delle forze alleate, ma per un incidente, non perché l’hanno buttato giù a cannonate gli iracheni.

La guerra fa schifo anche per questo. Alla popolazione, rappresentata spesso dalla stampa, si risponde “Sì, sono morti, ma non vi preoccupate, non è merito della contraerea irachena”.

Questo discorso lo accetto malvolentieri già in un ambiente, come quello sportivo, inutile ai fini del mondo, ma che rappresenta l’unica diplomazia sincera e onesta che unisce dove i confini e i pensieri dividono l’umanità.

Per chi guerreggia sembra più importante fare un punto in più che perdere una vita. E non ci si accorge che ogni vita che si spenge è un dolore che si propaga, come l’acqua in una vasca da bagno. Una volta aperto anche un solo piccolissimo rubinetto, pian piano l’acqua riempirà tutta la vasca. Anche se è “solo” una vita che se ne va, il dolore lievita, si moltiplica, per tutti quelli che avevano rapporti con quella vita. Agli americani, o comunque a chi guerreggia, importa più far vedere che l’unico modo in cui i Paesi attaccanti perderanno risorse umane sarà per incidenti, per errori loro, niente o quasi niente sarà merito dell’azione militare avversaria. Risorse umane: i venticinquenni che vanno alla guerra sono né più né meno della causa (o una delle cause) di questo conflitto.

Sempre ad UnoMattina, mentre bevo il caffellatte (l’unico vero motivo per fare una guerra), sento dire, da una stanza all’altra, che gli Stati Uniti hanno intimato – intimato: è dura come parola, intimato – alla Turchia di non far entrare neanche un soldatino di legno dentro i confini iracheni. Motivazione: ne andrebbe della sovranità nazionale del popolo iracheno. E allora viene lo sconforto. I soldati turchi non possono entrare perché sarebbe intaccata la sovranità nazionale, che, dice il Devoto-Oli, è quel “principio secondo il quale la potestà politica ha la sua fonte e la sua giustificazione nella volontà del popolo”. Che è una cosa mostruosamente meravigliosa, nata alla fine della prima guerra mondiale proprio dalla testa di un americano, il presidente Wilson, il primo che iniziò a parlare di “autodeterminazione nazionale” (ogni popolo deve avere il suo territorio), l’embrione della sovranità, in sostanza.

E’ una mia impressione o i soldati britannici e americani stanno “avanzando” nel sud dell’Iraq verso Baghdad. Voglio dire: di nascosto quei soldati sono iracheni?

Stati Uniti e Gran Bretagna non limitano la sovranità nazionale. Perché gli angloamericani sono i liberatori. Si portano dietro dalla seconda guerra mondiale questa medaglia al valore (immensa, gigantesca, incommensurabile, impagabile) di averci liberato dal nazifascismo. E se la portano dietro come autorizzazione a procedere. Quand’ero piccolino su una televisione locale davano un cartone animato giapponese (ma con i personaggi con gli occhi mastodontici: secondo me i giapponesi soffrono un po’ di complessi d’inferiorità per gli occhi a mandorla: eppure sono stupendi).

Questo cartone narrava delle avventure di una famiglia (tutti uguali: nonno, nipotone, nipotino, cane, tutti uguali) che era un po’ un gruppo di giustizieri ai tempi dei samurai. Quando era il momento di sconfiggere il furfante, il nonno tirava fuori un medaglione (lo “shizukunimito”, chissà come si scrive) davanti al quale di riflesso i delinquenti si genuflettevano.

Ho sentito dire alla tele da qualcuno di cui non ricordo l’identità per sua fortuna: “Non è vero che gli Stati Uniti ignorano l’Onu. Colin Powell è andato a parlare al consiglio di sicurezza”. Addirittura? Come se fosse un favore, una cosa ignorabile, affidarsi all’Onu.

“Saddam Hussein viola tutti i diritti umani. E’ colpevole di genocidi”. Verissimo, appurato. Gli Stati Uniti hanno approvato qualche tempo fa una norma che autorizza la tortura dei prigionieri di guerra. Tortura senza sangue, tortura igienica. Stare in piedi per un giorno intero, per dire. Gli Stati Uniti hanno vigente tutt’oggi in molti Stati, la pena di morte, che non è il massimo della civiltà, mi sento di dire. Sarà che sono Toscano e il Granducato è stato il primo Stato al mondo ad abolirla. Sarò campanilista, ecco. E ci sarà qualcuno che storcerà la bocca a leggere queste cose, classificandomi tra gli antiamericani. Si può essere contro ciò che fa Bush senza avercela con gli americani? Ho “usato” venti articoli di questi centodieci che ho scritto per il Pignolo a criticare usi e costumi del comportamento berlusconiano. Vuol dire che sono anti-italiano?

“Si porta la democrazia dove non c’è”. Perfetto. Portiamola in Pakistan, allora. Musharraf non l’ha votato nessuno, è lì perché ci s’è messo da sè con il suo stuolo di soldati e corpi paramilitari.

“Musharraf ha aiutato a trovare i terroristi di Al Qaeda nascosti in Afghanistan”. Quindi basta che uno si venda, facendo qualche favore in tutela dell’Occidente e può rimanere un dittatore quanto vuole. Allora l’esportazione della democrazia non può essere la ragione della guerra.

“L’Iraq ha aiutato i terroristi estremisti islamici”. Gli ispettori Onu fino all’ultimatum non hanno trovato nulla o qualcosa di simile al nulla. Sono anche loro filoterroristi o antiamericani? Dove sono queste armi proibite? E se anche ci sono, il semplice possederle ne fa una colpa? Ce le hanno anche gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti è impossibile che mettano uso a certe armi? Bene, le stesse armi le ha il Pakistan. Non so se avete visto “Ubu Bas va alla guerra”, lo spettacolo di controinformazione messo in scena da Dario Fo, Franca Rame e Iacopo Fo sul circuito di TeleLombardia. Bene: hanno fatto vedere un filmato mandato in prima serata in Belgio e in Svizzera, in cui si leggevano i documenti interni scritti di George Tenet, direttore della Cia (non il Kgb, la Cia) sicuri che non ci sia alcun collegamento tra terrorismo e Iraq e nessun fondamento alle accuse all’Iraq di possedere armi di distruzioni di massa.

Mai e poi mai pensiamo di vivere in un’isola felice, dove ci viene detto ciò che realmente è. A volte la propaganda è molto più subdola e viscida, da noi, meno lampante, più strisciante. Ma basta saperla leggere e tradurre.

Perché, faccio un esempio, basta documentarsi su quali sono e sono stati i maggiori fornitori di armi per l’Iraq. In ordine sparso: Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti. I cinque membri permanenti del consiglio di sicurezza dell’Onu.

Il problema è che loro hanno in mano lo shizukunimito. E non si accorgono che questo è l’unico mondo che abbiamo.

Vincere l’Iraq, sì, ma a quale prezzo, scriveva la mia stella polare, Vittorio Zucconi, su Repubblica?

Il gioco vale la candela? L’altro giorno, mentre guardavo il telegiornale della sera, per la prima volta ho avuto paura a vedere il tiggì.

Ho avuto paura. Bisogna avere paura. Certo, continuiamo a fare le nostre cose, non ci barrichiamo in casa. Ma dobbiamo continuare sempre ad avere paura, siamo coscienti di ciò che succede nel mondo. E’ l’unico che abbiamo. E la paura e la disperazione e l’esserci e l’essere attivi, se riesco a farvi capire cosa voglio dire, sono le uniche armi, gli unici shizukunimito, che possediamo.

Pignolo 31 marzo 2003 - Diego Pretini

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