Giornalisti in guerra

Scrivo alle 23 e 30 di venerdì 28 marzo. Dalle 12 non si hanno più notizie di sette giornalisti italiani di sette testate diverse. I nomi: Lorenzo Bianchi del gruppo Riffeser, Franco Battistini del "Corriere della sera", Toni Fontana dell'"Unità", Ezio Pasero del "Messaggero", Leonardo Maisano del "Sole 24 Ore", Vittorio dell'Uva del "Mattino" e Luciano Gulli del "Giornale".

Avevano deciso di entrare nella città di Bassora, città che la propaganda angloamericana aveva già data come conquistata e che è dei soldati alleati per un solo decimo dell’intera grandezza di questa grande città del sud dell’Iraq. Ad uno dei tanti check-point per avvicinarsi verso Bassora sono stati fermati da dei poliziotti iracheni. Angelo Macchiavello, di Studio Aperto, è con loro, ma è nell’ultima macchina della fila e gira per un sospetto forse infondato, ma pur sempre sospetto. Un poliziotto, un po’ defilato, mette il caricatore al suo fucile. Solo un sospetto. Ma in guerra un sospetto vuol dire paura e paura può voler dire morte. In guerra tutto lievita e i colpi di testa non sono ammessi. Non hai una seconda possibilità, nel giornalismo in prima linea. Non sbagli un nome, non hai pubblicato una notizia senza verificarla. In guerra non hai una seconda possibilità. Macchiavello (in auto con il suo operatore Salvo La Barbera, la guida Rachid e una giornalista spagnola) fa una veloce inversione ad U e lo segue anche l’auto di una tv francese. “Credevo e speravo che avessero fatto una veloce manovra anche le tre auto che erano state fermate e invece niente” dice Macchiavello a Lucignolo, settimanale di Studio Aperto.

Sono dodici ore che non si sa più nulla dei sette giornalisti italiani. L’unico sollievo è che sono in gruppo.

Adesso Macchiavello sta parlando con Studio Aperto. Dice che i giornalisti stanno bene. Sono accusati di essere entrati in Iraq con tessere di riconoscimento non idonee e targhe false. La prima cosa è vera, dice Macchiavello, la seconda no. Almeno ora sappiamo che stanno bene o comunque non è successo nulla di grave. Gabriella Simoni, inviata a Baghdad per Studio Aperto, dice di aver provato a telefonare subito con l’hotel di Bassora dove sarebbero rinchiusi i giornalisti italiani. Niente da fare. Esprite d’equipe. Nonostante tutte le cose che abbiamo detto io e soprattutto Raul Passaretti dell’ambiente giornalistico, esso diventa il migliore nei momenti di difficoltà, tragica difficoltà, come questi. Proprio Gabriella Simoni, nella prima guerra del Golfo, proprio su quel ponte fu presa prigioniera, poi rilasciata. Lorenzo Bianchi, rinchiuso stanotte, era con lei. Due giornalisti sono già morti, nove sono scomparsi.

Attendo domani con il cuore in mano, andrò a letto e come ogni sera penserò a tutti quelli a cui voglio bene. In più penserò a quei sette giornalisti italiani. Che forse sono più tranquilli di me. Perché, nonostante tutta la paura di questo mondo (perché non c’è paura peggiore di quella di poter morire), stanno facendo quello che hanno sempre sognato.

Buona fortuna, ragazzi.

Pignolo 29 marzo 2003 - Diego Pretini

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