No war/2: Videogiogo

E’ la prima guerra che vediamo in diretta così chiaramente.

In diretta vedevamo anche la prima guerra del Golfo, nel 1991, ma con quel filtro verde che rendeva tutto troppo falso per crederci. E invece con la televisione di Abu Dhabi, Al Jazeera e qualche videotelefono italiano (quello di Giovanna Botteri, Rai, nella fattispecie) abbiamo visto chiaramente, technicolor, senza alcun alone diverso dalla realtà quello che è la guerra.

Sto parlando, in questo momento, alle persone come me che non hanno potuto vivere (per fortuna) la seconda guerra mondiale. Solo i settantenni vedranno quelle immagini come non straordinarie, anche se le vedranno dopo mezzo secolo.

Sono rimasto a bocca aperta all’inizio del secondo bombardamento, l’altro giorno. Ero, come sempre succede in questi casi, affascinato e schifato, perché tutto quello non era film, questa volta. Non solo dopo l’11 settembre 2001, niente è come prima. Soprattutto dopo Rambo e simili niente è come prima.

Non ci fa schifo più una pallottola, non fa più effetto un’esplosione. Solo due aerei che entrano nei fianchi dei due grattacieli più importanti del centro della città più importante del mondo coglie la nostra attenzione e la fa diventare malessere. Un’esplosione di un palazzo vuoto (si spera vuoto) del centro di una città che non conosciamo come Baghdad fa effetto, un effetto anche rilevante, ma sarebbe da rimanere a casa con le mani nei capelli. Ma quando è pronta la pasta, si spenge la tele e si va a tavola, dando la prima forchettata agli gnocchi ai quattro formaggi.

E’ la guerra della tv, come lo sono state le ultime due, minimo, quella del 1991 nel Golfo Persico e quella dello scorso anno in Afghanistan.

E’ la guerra di Giovanna Botteri, il cui videotelefono ha fatto vedere in diretta al mondo (perché nessuno era collegato, tranne il Tg3) il primo vero importante bombardamento su Baghdad alle sette della sera ora italiana, cioè mentre Gerry Scotti e Amadeus chiedevano rispettivamente qual è il nome della show-girl ed ex-velina Canalis e chi è il più ricco tra Bulgari, Armani, Donatella Versace, Silvio Berlusconi, Roberto Colaninno, Marco Tronchetti Provera, Leonardo Del Vecchio, Fedele Gonfalonieri e altri due che non mi ricordo e mi importa poco.

E’ la guerra in tv, perché anche la tv aiuta a fare la guerra. Il Pentagono ha sparso qualche voce che dava per morto (dopo una sola notte di bombardamenti) il vicepremier iracheno Tarek Aziz. Aziz doveva far vedere al suo popolo che non era vero e si è dovuto presentare, addirittura in tuta mimetica, con una conferenza-stampa. Uscito dal ministero dell’Informazione, un qualsiasi satellite avrà beccato la testa di Aziz e tuttora sa dov’è, probabilmente.

E’ la guerra in tv, perché la tv aiuta a fare la guerra, anche se di propaganda. Saddam Hussein continua a presentarsi davanti alle telecamere, anche se voglio vedere quanti iracheni guarderanno la televisione con le bombe in capo. Nonostante sia braccato, lui continua a farsi la sua propaganda di regime, perché vuole la sua temporanea salvezza, un po’ più duratura nella finzione. E’ una caccia all’uomo tramite una guerra. Strumento poco ortodosso per trovare e beccare uno, ma è la verità.

E’ la guerra in tv dove c’è la scelta del Tg2 in sovrimpressione manda non solo il nome dell’inviato, ma accanto mette anche il nome del cameraman, come dovrebbe essere sempre e comunque quando le riprese sono di uno solo, perché il giornalista parla, ma il cameraman fa vedere e alla televisione non sembra ininfluente.

E’ la guerra in tv in cui c’è un giornalista del Tg5, un professionista, perfetto conduttore del tg, solitamente quello di pranzo. Si chiama Alberto Bilà, è un biondino con le labbra fini e la parlantina sciolta. Ma il buon Alberto si è lasciato scappare un’espressione agghiacciante. Testuale: “le notizie sulla guerra del Golfo due”. Come vi ho detto, dopo Rambo, niente è più come prima.

Nella guerra in tv c’è la domanda di Tiberio Timperi a Sandro Petrone, inviato Rai a Kuwait City (anche lui a rischio missili, quelli iracheni però): “Cosa sceglieresti tra un grandissimo scoop e salvare una vita umana?”. Mi domando da quale anticamera ammuffita del cervello del quasi sempre perfetto Timperi sia uscita questo dubbio.

Nella guerra in tv c’è un ruggito impressionante del condominio-comitato-famiglia Michele Guardì che, quando ha sentito Timperi chiamare la pubblicità, ha detto calmo “no possiamo andare avanti”, ma appena Timperi riprende il discorso, si sente urlare Guardì con strilli terrorizzanti: “Chi l’ha detto? Eh?” (primo tonfo) “Chi l’ha detto?”. E poi il nulla. Preghiamo per le vittime della regia di “In Famiglia”.

Pignolo 26 marzo 2003 - Diego Pretini

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