Smielati

Ho scritto il pezzo sulla Rai (il precedente, per capirsi) non sapendo che proprio nel pomeriggio di quel giorno sarebbero usciti i cinque nomi del nuovo Consiglio di amministrazione della televisione pubblica.

Tra i nomi che ho portato ad esempio la scorsa volta non c’era quello di Paolo Mieli, giornalista (è stato nei tre giornali più prestigiosi d’Italia: Repubblica, Stampa e Corriere e in questi ultimi due pure direttore), storico (collabora con qualsiasi trasmissione televisiva che parli di storia), come professore ha avuto Renzo De Felice (che è il più grande storico sul fascismo) di cui è stato anche assistente all’università, cosa che non penso sia da tutti.

Politicamente nasce a sinistra, ma è considerato un liberale, cioè una destra nella sinistra, se si capisce cosa voglio dire. Non ho messo Mieli e mi dispiace, perché è uno che mi piace parecchio. Mi è sfuggito.

Insieme a lui, che dovrebbe essere il presidente Rai, quattro intellettuali, gente di cultura.

Giorgio Rumi, cattolicissimo, Marcello Veneziani, uomo di destra non troppo amato dalla destra, Francesco Alberini, famoso per aver fatto della psicologia dell’amore, e Angelo Petroni, che scrive per Sole 24 Ore e Wall Street Journal.

Gente come mi ero augurato di poter vedere a sedere sulle cinque sedie del Cda della televisione pubblica. Persone che pur avendo un’idea politica non sono allineate a una linea di partito. Tutt’e cinque avranno votato cosa pare a loro, ma nessuno di loro è dipendente dal partito (solo Petroni è legato a Forza Italia, di cui è responsabile del dipartimento politiche istituzionali europee).

Dice: chissenefrega.

Può darsi che la nomina di questi cinque freghi a pochi di quelli che mi leggono. Ma la televisione la vediamo tutti, anche se Mediaset ha sempre più appeal, perché va avanti ad Auditel e, se anche si fa un po’ di critica al padrone, basta che si porti pubblico.

Ecco perché su Italia Uno vanno ancora in onda Le Iene e la Gialappa’s Band. La televisione pubblica è sempre più vuota di fascino, non è per niente charmant, non è per niente brillante. C’è un appiattimento a cui si sottrae, come ho già detto, solo Rai Tre, ma solo perché non la guarda nessuno. Rai Uno tiene solo con le fiction, la frizzante Rai Due di Freccero è diventata dominio assoluto della noia.

Ecco perché parlo del Cda Rai. Perché, per esempio, Mieli ha subito detto: “Accetto con riserva”, nel senso che prima voleva guardare in che modo si sarebbe potuto lavorare e non sta parlando dei quattro compagni di consiglio (ripeto: liberi da pregiudizi politici, come Mieli).

Il fatto che Mieli abbia subito detto “Riporterò Biagi e Santoro a lavorare” ha creato subito malumori nel centro-destra, che aveva avuto la possibilità di fare finalmente bella figura e ora invece abbaia di nuovo come un cane rabbioso, contro uno, come Mieli, che parla di Stalin come parla di Hitler, perché è giusto così, e riporta Biagi e Santoro in onda non per dar contro al Governo, ma solo perché sono i due giornalisti migliori che ha la Rai (pur essendo gli unici che non lavorano) e perché sono gli unici che fanno ascolto pur parlando di cose trite e ritrite com’è la politica, la guerra, l’economia e via discorrendo.

La Padania, giornale della Lega Nord, titola: “Mieli il perseguitato chiede due miliardi”. Si può discutere sullo stipendio che Mieli ha chiesto di avere, lo stesso che percepiva (e percepisce, finché non diventa presidente Rai, sperando che questo succeda) come direttore editoriale della Rizzoli Corriere della Sera, casa editrice che pubblica libri, Corriere e Gazzetta dello Sport.

Il perseguitato, messo fra virgolette e lampantemente ironico, fa riferimento alle scritte antisemite da cani bastardi, comparse sui muri esterni della Rai la notte successiva alla proposta Mieli.

Lasciamo perdere La Padania che è un delitto chiamare giornale di partito, perché i giornali di partito potrebbero insorgere offesi. Chiamiamolo giornale scandalistico, con quei colori assurdi tipo verde pisello, fucsia tailleur o giallo canarino.

Parliamo, invece, del vicepresidente del Senato (ripeto: vicepresidente del Senato), il medico ospedaliero leghista Roberto Calderoli, detto il Trimento. Questo signore (si fa per dire), dopo che sono comparse quelle scritte e Mieli ha iniziato a vacillare tra il sì e il no, cos’ha detto? “Più che vere minacce, hanno il sapore di un attacco destinato a fungere da trampolino per rendere più semplice la sua nomina a presidente del cda Rai”.

Non solo. Cito da Repubblica.it: gli abbasso gli ebrei e i Mieli raus, per Calderoli, forse sono stati scritti apposta per “mettere i bastoni fra le ruote al grande passo del trasferimento di Raidue al Nord”.

Forse lo stesso Mieli ha preso il primo aereo per Milano, dopo aver saputo che era presidente in pectore, è passato dal ferramenta, ha comprato una bomboletta spray e poi via, alla sede Rai di Milano, a offendersi per conto suo, mentre pensava, con la lingua di fuori, la bava che colava da una parte e gli occhi che brillavano di luce propria: “Dai, che con queste scritte, è fatta”.

Un altro poco onorevole, capogruppo alla Camera della Lega Nord, il medico chirurgo Alessandro Cè, ha detto, dopo che Mieli ha deciso di non accettare la presidenza Rai, che il mancato presidente si poteva anche risparmiare la sceneggiata, non accorgendosi che chi si deve vergognare sono stati quelli, come lui e i suoi compagni di spogliatoio, che hanno abbaiato e ringhiato sin dall’inizio solo perché Mieli, in quanto presidente della Rai, voleva indipendenza e autonomia da chi l’aveva chiamato a quel lavoro.

Continuando sulle ridicole reazioni del centro-destra, ce n’è anche una del Padrone della Villettaschiera delle Libertà che, come ha ripetuto più volte sorridendo come per dire “Ma siete andati di matto? C’è il conflitto di interessi, non posso”, non si occupa di Rai. Dice: “In questo clima l’unica garanzia è Saccà”. Su cui si scontra proprio Mieli, che vuole discontinuità con il fallimento della precedente gestione e alzi la mano chi gli dà torto. L’unica garanzia, Agostino Saccà? Uno che ha perfino negato la messa in onda di una Berlusconeide di Blob su Rai Tre, in un’ora impossibile, con la scusa di un bimbo: “Altrimenti si fa troppa propaganda per una parte”. La garanzia non viene da Mieli, che viene elogiato dal giornale dei vescovi e da quello di Alleanza Nazionale, ma da Saccà, sotto la cui gestione perfino lo storico Primo Canale è diventato come gli altri, forse peggio degli altri.

Paolo Mieli non ha accettato l’incarico, anche se il Cda non si dovrà sciogliere per forza di cose. Ma sia Alberoni che Veneziani hanno già detto di sentirsi legati alla composizione proposta dai due presidenti delle Camere (esemplari, complimenti) e non credo che il cattolico Rumi e Petroni avranno voglia di asserragliarsi dietro le sedie.

Ma in ogni caso il rifiuto di Mieli dovrà ancora una volta far riflettere sull’incompatibilità tra alcuni guitti del centro-destra e la cultura. Con il no di Mieli, il centro-destra che pensa è arrossito di nuovo. Mieli ha detto no, perché criticato ancor prima di aver lavorato (cosa impensabile in qualsiasi azienda che assume), avrà perso ancora una volta il pensiero, la ragione, il cervello. Magari dopo Mieli arriverà davvero l’amministratore delegato di McDonald’s a condurre la Rai. E finalmente certi centrodestroidi senza vergogna tireranno un sospiro di sollievo, pensando che in tv andrà un po’ di senape e un po’ di McFlurry, ma non Biagi e Santoro, perché sono loro due che preoccupano, non altro. E la vacuità della nostra televisione pubblica sarà dilagante, per un altro po’.

E questa nuova sconfitta morale della destra (che poteva essere un riscatto, ma c’è una miopia da far paura) è anche la sconfitta di chiunque di noi guardi un po’ di televisione.

Per una volta son dovuto rimanere serio e mi dispiace. A volte ci sono cose che mi fanno troppo arrabbiare per riderci su. .

Pignolo 13 marzo 2003 - Diego Pretini

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