Gli italiani sono fenomenali

Danno ad intendere che conoscono e capiscono tutto lo scibile, nonostante siano spesso inabili e ignoranti. E questo succede soprattutto nello sport. Un esempio è la vela.

Nel Duemila Luna Rossa ebbe la fortuna sfacciata di arrivare alla finale di Coppa America che è la Coppa Davis di tennis, per intendersi. Non è un vero e proprio campionato del mondo, ma è la manifestazione più importante. E così la mattina a scuola passando a scuola sentivo parlare di skipper, virate, randa, timone e strambata. Ma non da dei fanatici con i cappellini Prada o con una cima in mano.

Ne sentivo parlare dalla professoressa d’inglese, dalla ricciola bionda della classe di fronte, dalla bidella mentre spazzava in terra, dal preside mentre sgridava uno di quarta che era alla sua ottantesima giustificazione (ed eravamo a febbraio).

Poi tornavo a casa, mangiavo, accendevo il televisore, Tg1, Tg2 Costume e Società o Tg4? Faceva lo stesso, parlavano tutt’e tre di vela. Andavo agli allenamenti, finalmente libero. E lì, ancora una volta, aspre discussioni su quando con esattezza sarebbe iniziato il vento di bolina, se prima o dopo le tre di mattina. E’ questo, poi, che spedisce le orbite fuori dalla ionosfera. Le gare di vela, nel Duemila come in questi giorni, le fanno dall’una alle quattro di mattina, perché si svolgono ad Auckland, che ha un fuso orario da completi pazzi. Dall’altra parte del mondo, nel senso più vero di quest’espressione. La Nuova Zelanda è a più o meno a cinquemila chilometri ad est della costa orientale australiana.

Ce lo ricordiamo cosa facevamo per le Olimpiadi di Sydney?

Le gare iniziavano più o meno a mezzanotte ora italiana. A quell’ora inizia un’ora bastarda, detta del galleggio, nome dovuto al movimento della testa che inizia ad andare in su e in giù, senza che tu lo voglia. Anzi, i tuoi occhi sono serrati. Hai un sonno boia, per essere chiari. Ma devi stare sveglio, perché vuoi stare sveglio. Ci sono le Olimpiadi che sono l’unica cosa normale che è rimasta dopo che Bertinotti è diventato il nuovo leader della destra e dopo che per i perfetti regolamenti del pallone ai Mondiali va la Tunisia e non l’Olanda.

E per rimanere svegli alle Olimpiadi cosa si fa? Di tutto.

C’era chi si portava quintali di noccioline, arachidi, pistacchi e semi e l’hanno portato via dalla poltrona, perché iniziava a togliersi le pulci e mangiare le banane con i piedi.

C’era chi si puntava la sveglia all’ora esatta dell’inizio della gara, ma una volta che la sveglia suonava, si svegliavano i figli, la moglie, la suocera, il gatto e la tartaruga, ma non lui.

C’era chi alzava a livelli da sordomuto il volume della televisione per rimanere sveglio, poi però arrivavano i parenti serpenti armati fino ai denti che dicevano Non me ne frega se non senti, vuoi che te ne penti?

C’era chi, furbo, iniziava a vedere le gare, ma ad un certo punto la sua testa scendeva lentamente ed inesorabilmente giù e allora, sempre con lo sguardo a furbo, cercava il telecomando del videoregistratore, ma, nella sua completa lucidità furbesca, da assonnato dell’una di notte con dieci ore di ufficio alle spalle, invece di Rec sul telecomando del registratore, aveva premuto Audio spento su quello della televisione; d’obbligo, la mattina dopo, la frase: “Ma sono sicuro di averlo registrato”. Bene, con la Coppa America di vela è lo stesso.

E ora che in finale di America’s Cup ci sono una barca neozelandese e una svizzera, agli italiani di vele e scafi non frega più nulla ed è diventato uno sport da ricchi sfondati con la puzza sotto il naso, non certo il pallone, che alla base rimane pur sempre uno sport povero. Avete capito bene, in finale ci sono una barca della Nuova Zelanda (ancora una volta la New è diventata più famosa della Old, come nel caso di York, forse perché essendo nate dopo si ricordano meglio) e una barca della Svizzera.

Lasciamo stare che i neozelandesi li chiamano kiwi. Io m’incazzerei e anche tanto se mi chiamassero, che so, arancio o pompelmo o uva. L’idea che dà il kiwi non è di qualcosa di agile e scattante, è un coso tarchiatello, tozzo, nanetto, anche un po’ sfigato con le donne, se vogliamo.

Ma quello che mi preoccupa di più è che Alinghi, cioè la barca svizzera, sta vincendo. Esatto. Tre a zero e si gareggia su cinque regate. Non di misura ché avresti detto “Scalogna dei kiwi” (come se non lo fossero abbastanza). Tre a zero. Passi la domanda “dove cacchio si sono allenati”. Gli hanno prestato un pezzo di mare e si sono allenati. Ma sapete qual è la regola della Coppa America, vero? Chi vince la coppa, ha diritto di disputare a casa propria l’edizione successiva.

E, in fondo, a dirsi la verità, la Svizzera, il mare, dove pupazzo ce l’ha? Cerchiamo di fare qualche ipotesi:

  1 – La regata si fa al lago di Lugano-Caslano che i varesotti che mi leggono, se ce ne sono, conoscono bene, perché il lago è anche un po’ loro. Una boa si metta vicino alla dogana Italia-Svizzera, l’altra al municipio di Caslano.

  2 – Da gare di vela diventano gare di sci, tanto il giro di soldi è sempre quello, cosa ce ne frega. Poi basta infilare una vela in uno degli attacchi degli scarponi e nessuno se ne accorge.

  3 – Gare di vela, sì, ma in discesa libera. Al posto delle porte si mettono delle boe, il difficile è andare di bolina, cioè in salita. Si studiano collaborazioni con lo ski-lift.

  4 – Per la gioia dei telespettatori italiani, le regate si fanno per la terza volta consecutiva ad Auckland. Sai com’è, hanno già tutto pronto, ormai si sono abituati, anzi sono proprio affezionati, togliergli la Coppa America sarebbe un bel trauma, per loro.

  5 – Le regate si disputeranno nel Golfo Persico che fra tre anni sarà libero di navi da guerra. Anzi ai preliminari parteciperà anche una barca irachena. Al timone un signore con i baffi e un fucile in mano (immancabile, per lui è come il nostro cellulare). Alla partenza della prima regata pare urlerà: “questo è il mio esilio”. Dopo mezz’ora di gara, non si vede più da nessuna parte. S’è rimesso a sedere sul trono di Baghdad. Recidivo, il ragazzo.

Pignolo 24 febbraio 2003 - Diego Pretini

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