a cura di Reno Bromuro

Sibilla Aleramo e Dino Campana

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DALLA LETTERA 40 ALLA 61

XL Lettera

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Dino Campana a Sibilla Aleramo

[Casciana, 25 ottobre 1916]

Sibilla fatevi coraggio. Ho una parola d'onore e ve la do per dirvi che vi stimo e penserò bene di voi.
Dino Campana


XLI Lettera

 Sibilla Aleramo a E. Cecchi

[Bagni di Casciana, Pisa 25 ottobre 1916]

Non so cosa vi scrissi l'altro giorno in qualche minuto che avevo libero. Stasera ho davanti a me il tempo. C.[ampana] è partito. Volevo partir io, dopo una serie di giorni e notti in cui ho ascoltato le cose più atroci, subìto le cose più atroci. Allora ha avuto come un risveglio, e s'è determinato di colpo a tornar lassù in Mugello, "lontano dal mondo, ch'è brutto troppo, fuori della vita, di nuovo". M'ha promesso che ci ritroveremo, più tardi... Cecchi, vi ho scritto che m'ama? Voi avrete sorriso. Eppure, e amore, è dolore, una cosa orrida e meravigliosa. Vedere nel suo cuore, ho meritato questo dono spaventoso. Che accadrà ora? Non possiamo rinunciare, vedete. Gli ho detto iersera, un momento che il parossismo delle sue ingiurie mi v'ha indotto, gli ho detto che v'avevo veduto, a Firenze, e le vostre esortazioni. È rimasto colpito. Forse anche per questo è partito. Poter guarirlo! Voi dite che con questo desiderio lo diminuisco. Ma se sapeste il grado della sua sofferenza! La mia [s]'era fatta insostenibile: la sua lo è sempre stata. Prima di partire ha scritto una cartolina a Boine: gliene aveva mandata una l'altro ieri dove mi dava della troia... Oggi ha scritto: "perdonate, era falsa, era la mia solitudine che ha voluto riprendermi, parto, forse qualche parola potrò ancora dirvi di quelle che amate: le avrò pagate molto care". Torna su alla Casetta (Firenzuola): una tana da lupi, in questi mesi... Io non so che farò. Stasera sono a letto con febbre. Vuole che termini qui i bagni, e poi venga a Firenze, dove, ha detto, verrà a trovarmi... Perdonate che vi scrivo come se piangessi. Voi non avete nulla da rispondermi, lo so, da aggiungere a quanto mi diceste, o da mutare. Ma amateci, Cecchi, dal punto in cui non potete più parlare. Forse vinceremo. Addio. Vi riscriverò. Se Leonetta è arrivata, abbracciatela per me.

Sibilla

Giovedì — Mi sono levata. Forse lavorerò. Volete farmi un dono, mandargli lassù, ma subito perché la posta arriva solo il lunedì, un Eschilo, se lo trovate nell'edizione di Oxford (non può sopportare le traduzioni [fr]ancesi). È il solo libro che desidera avere.

Sono ripresa dall'affanno, che gli accadrà?!


XLII Lettera

Sibilla Aleramo a Dino Campana

[Casciana. 26 ott. [1916], giovedì, 5 di sera.]

Ero abituata al silenzio: ma questo che s'è fatto dacché sei partito e cosi grande! Stamane, (dopo dodici ore di sonno al veronal) ti ho telegrafato sperando nella risposta — che non è ancor venuta. M'han detto che ieri dovesti prender una carrozza e che forse perdesti il treno delle quattro. Dove e come avrai dormito? E tutte le immaginazioni per seguirti oggi son state vane. Firenzuola? Alla Casetta, ora che sta per tramontare questo sole pallido? Avrà tirato un vento furioso anche su la tua strada? Io mi son levata alle undici, e alle tre son andata al bagno, poi tornata subito qui. M'han fatta sloggiare dalla saletta da pranzo, m'han messo un tavolino qui tra la finestra e il tuo letto. Cosi c'è un mutamento anche per me, e la mia stanza somiglia di più alla tua... Dino, Dino! Dove sei? Voglio esser forte come mi hai chiesto, non voglio piangere, ma ho il cuore cosi gonfio! Quell'ultima ora, ieri, hai sentito come eravamo consacrati. Dino, vinceremo. Amor mio. Coraggio. Non so dire neanche per me altre parole oggi. Son ancora cosi stanca, attonita. E tu, e tu? Quando saprò? Ho tanta paura che tu stia male. La Casetta ora dev'essere una tana. Dimmi, ti supplico. Dino, ma ho tanta fede, com'è che ho tanta fede, come il primo giorno? Che cosa vuole da noi il nostro amore? M'hai detto che mi tieni, vero? Felicità. Ti bacio. Scrivimi. Se lavorerò, te lo dirò. È arrivato il meta, lo spedirò domani con la biancheria. Fatti dare delle uova, quattro al giorno, e manda a prender la medicina a Firenzuola. È vero che vuoi che ci ritroviamo belli?

tua Rinetta
(è la prima volta che mi firmo cosi)


XLIII Lettera

Sibilla Aleramo a Dino Campana

[27 ottobre 1916; venerdì, mezzogiorno]

Non ho ricevuto nulla, e soffro, Dino. Perdonami, sono forte ma soffro. Ho telegrafato al postino di costà, perdonami1. E anche stanotte dovrò restar nell'angoscia perché la risposta non verrà certo prima di domani. Dino.

Ti amo, soffro, sentimi. Se saprò che sei costi, forte, sarò brava anch'io, te lo giuro sul nostro amore, Dino, saprò aspettare, ho tanta fede, tutto è bello, si, tutto è stato necessario, la vita sarà per noi, amor mio, ma ch'io sappia dove sei e che non stai male, Dino, Dino... Baciami, rienmi.

tua Sibilla

Non ti scriverò, ti lascerò tranquillo, proverò a lavorare, ma liberami da quest'angoscia... Ti adoro.

La tua amica, la tua bambina, il tuo amore.


XLIV Lettera

Dino Campana a Sibilla Aleramo

UN SALUTO DA Marradi (Firenze) [27 ottobre 1916]

Dino Campana

Aspetto le traduzioni, resterò in questi paesi. Spero che starai tranquilla.


XLV Lettera

Dino Campana a Sibilla Aleramo

[Marradi, 27-30 ottobre 1916?]

Mia cara amica

sono troppo stanco e troppo ammalato per cercar di comprendere. Prendo il partito dei più deboli, il mio solito partito: parto.

Regalo a chi ne ha bisogno quel poco di poesia che può essere sorta in te dal nostro amore. Non posso dirti altro dopo questo. Mia cara sono realmente ammalato non ho potuto sopportare l'attesa e le tue lettere Ricevo ora il telegramma Parto domattina per la Casetta. Là c'è il silenzio.

Io ti amo tanto e rimpiango la poesia solo perché essa saprebbe baciare il tuo corpo di psiche e il tuo viso roseo e nero colla bocca sfiorita di faunessa.

Perdonami se non voglio essere più poeta neppure per te. Sai che neppure le acque e neppure il silenzio sanno più dirmi nulla — e senti la mia infinita desolazione. Ti porto come il mio ricordo di gloria e di gioia.

Ricorda quando soffrirai colui che ti ama infinitamente e porta per se solo il tuo colore. L'ultimo bacio dal tuo Dino che ti adora.


XLVI Lettera

Dino Campana a Sibilla Aleramo

[Marrani. 29 ottobre 1916, ore 10]

Parto Signa albergo danesi malato.


XLVII Lettera

Sibilla Aleramo a Dino Campana 

[Bagni di Casciana] domenica, ore 3, [29 ottobre 1916]

Dino, bisogna esser forti, stringersi, non lasciarsi. Io sto male, io la tua amica. E tu, amore mio, anche tu soffri, lo sento. Ci amiamo, perché non vogliamo vivere? Dino. Le ultime notti sentivo quando m'abbracciavi, e mi dicevi, che c'è ancora tanto vigore in me. E in te c'è tanto sole. Stretti, siamo una cosa miracolosa. Dobbiamo vincere. Un male di quindici anni, tu hai detto... Si, e anche per me. Sono quindici anni che son partita da mio figlio. (Quando Sibilla, nel 1902, aveva lasciato il marito, Ulderico Pierangeli, questi non le permise di ottenere l’affidamento del figlio Walter, nato nel 1895 e morto nel 1973, che la madre rivide solo nel 1933) Io son la tua amica. Lavorerò. Rientriamo insieme nella vita. Che ci vedano, belli, non soltanto nella nostra poesia, che ci amino per la nostra gioia, per la nostra vittoria. In questi giorni (e pur sto tanto male, sai, ho tanto freddo, ti cerco ti cerco) ho scritto a varia gente: verrà qualche aiuto, non temo più, potremo aspettar, senza affanno, la fine della guerra, e poi andremo in Francia. Ma non stiamo staccati, ora. Dino, amore santo. Non posso viverti lontana. E t'ho carezzato cosi poco. Stavi tanto male, avevi paura che non t'amassi, che non sentissi che cos'eri per me, che ti credessi irreale, anche tu... Amor mio solo. Non avremo più paura, ora. Abbiamo pagato. Stringiamoci. Dino, abbiamo degli anni pieni dinanzi. Finché sarò bella e forte. Poi sparirò. Che tu abbia avuto tutta un'anima da adorare, da far felice in sua morte. È la nostra sorte. Hai detto che mi tieni, se voglio... Dove sei? Lo senti che non si può più lasciarci?.


XLVIII Lettera

Sibilla Aleramo a Dino Campana

Bagni, ore 12 l/2. [30 ottobre 1916])

Dino, amore mio, parto fra due ore, avevo già deciso prima di ricever la tua, che agonia questi giorni, come si soffre, amore! Arriverò a Firenze alle sei, ma dove trovarti? E questa l'avrai soltanto domattina, se l'avrai, se sarai ancora costi... Ho paura, ti adoro, troppo anch'io, Dino... Non so dove andrò. Alle 9 1/2 domattina passerò davanti alla Posta e agli Uffizi poi andrò alla latteria di S. Maria Novella, starò fino alle 10, poi tornerò ad aspettarti dalla Castiglioni, Lung. Acciajoli 2A, ultimo piano. Va bene? E decideremo. Amore, ti stringo nel mio cuore, resta...

tua Rinetta

Per caso questa facesse a tempo stasera, passa dalla Castiglioni a domandare dove dormirò. Dino, amore. O alla pens.[Ìone] Cianferoni.


XLIX

Dino Campana a Sibilla Aleramo

[31 ottobre 1916]

Firenze. Il mio indirizzo è via Pietro Carnesecchi 12. (presso Danti).

Ho sofferto molto più di ora: se tu puoi ti prego di restare mandandomi giornalmente una cartolina. Pensa a fare completamente la cura.

Tuo Campana.


L

Dino Campana a Sibilla Aleramo

[Firenze, 1° novembre 191 6, ore 7,05]

Supplico venire stasera Campana Carnesecchi, 12, Firenze.

Dopo essersi ritrovati, Sibilla e Campana si stabilirono a Villa Linda a Settignano, nei pressi di Firenze, presso Astrid Ahnfelt. Il 2 novembre, dopo violenti litigi, Campana riparerà a Casetta di Tiara, dopo aver rotto con Sibilla.

(Lo vedremo con certezza leggendo la laconica lettera n° 58)


LI Lettera

Dino Campana a Ahnfelt

(Astrin Ahnfelt, scrittrice svedese, aveva conosciuto l’Aleramo quando conviveva con Giovanni Cena. Di quest’ultimo tradusse il romanzo "Gli ammonitori", apparso nel 1907. Molte sono le lettere nell’archivio Aleramo che testimoniano l’amicizia fra le sue donne. Giornalista e traduttrice, entusiasta conoscitrice dell’Italia, si adoperò per la diffusione della cultura italiana nel suo paese, organizzando anche conferenze e letture su Carducci, Leopardi, Pascoli e Fogazzaro. Interessata al teatro parlò di Pirandello nel 1933 su Dagens Nyheter, al quale collaborava. Al tempo della relazione fra l’Aleramo e Campana, si era stabilita definitivamente a Settignano) (Note a cura di Bruna Conti)

[Casetta di Tiara, Firenzuola 23 novembre 1916]

Genti, ma Signorina Astrid

La speranza che Lei mi ha data, quella di liberarmi da questa catena di dolori e di miserie, di darmi il modo di andarmene lontano, mi fa vivere ora. Voglio guarire, credere ancora, perché Lei ha creduto che meritassi un po' di vita e di libertà. Non ho cosi nulla da dirle di me, se non che penso a Lei con viva riconoscenza. Se ama i dettagli le dirò che qua non si hanno altre notizie che quelle che porta il vento che soffia notte e giorno. Si ha la grande consolazione poi di sentire che la natura nelle sue bufere è infinitamente più dolce della vita, ed è questo forse che ci aiuta a credere che, come diceva Verlaine, "quelque chose de pur demeure sur la montagne, quelque chose du coeur enfantin et subtile. Car, qu'es ce que vraiment nous accompagno, et quand la mort viendra que reste-t-il?" Insomma per ora fa un tempo infernale.

Venendo ad altro. La prego, gentil.ma signorina, a volermi respingere la mia corrispondenza a Casetta di Tiara (Firenzuola toscana).

Non so poi se potrei incaricarla di dire a quella donna (ovviamente si riferisce a Sibilla) che io sarei disposto a farle buone parte delle sue traduzioni dietro un modesto compenso. In caso che accettasse, la pregherei signorina a volermi spedire quelle traduzioni.

Veramente ho l'idea di approfittare troppo della sua bontà, e nello stesso tempo non vorrei recarle alcun disturbo,dopo quelli che le ho recati e di cui Lei ha voluto scusarmi.

Penso che io non potrò esserle utile in nessun modo, e che Lei neppure sa quanto volentieri vorrei renderle qualche piccolo servizio. Mi parlava dei suoi lavori che mi son tanto piaciuti, per tradurli o simile; dispongo di me come crede. Sono con tutta la mia devozione e la mia riconoscenza di Lei dev.mo

Dino Campana

P.S. La prego di rimandare l'asciugamano alle cave di Maiano.

P.S. Penso ora che perché mi venga rilasciato il passaporto saranno necessario delle formalità. Vorrebbe informarsi di che si debba fare per avere questo passaporto? Perdoni. Non ho nessuno a cui ricorrere.

Le scrissi una cartolina chiedendole le scarpe e un pacchetto di Hornigham tè. Spero l'avrà ricevuta.

Che cosa fa Silvano? Speriamo che diventi un buon svedese come Larsonn e direi Strindberg se non fosse stato tanto infelice. Lavora signorina? Lei beata per cui la vita non e una contraddizione orribile. Dev.mo

Dino.


LII Lettera

Dino Campana a Sibilla Aleramo

[Firenzuola, 26 novembre 1916, ore 10,15]

Parto oggi..


LIII Lettera

Sibilla Aleramo a L. Cecchi Pieraccini

[Settignano, Firenze] Notte 2-5 dicembre [1916]

Perché non hai avuto fede, Leonetta? Eri una delle tre o quattro persone al mondo di cui non dubitavo. Quando Campana m'ha detto che cosa tu gli avevi scritto mentr'era lassù, ho provato un dolore che tu non puoi capire, Leonetta. Dunque non mi hai mai veduta.

Aver fede, era difficile, ma io ero cosi sicura che tu lo potessi! Non ti ho quasi mai parlato; credevo non fosse necessario. E l'occasione era venuta per te d'un atto fervido — se tu avessi veduto nei miei occhi che cos'era il mio amore per Campana. Non hai veduto. A queir infelic[e] una volta di più è stato detto che il suo atroce delirio di negazione è giustificato: è stato detto questa volta da te, colpendo la cosa pura e terribile ch'era il mio amore per lui. Perché, perché, Leonetta? Ma non ti chiedo risposta. Parto. Mi sento sola come mai. Non so che cosa accadrà, ma so che non importa a nessuno — se non forse a Michele ch'è anch'egli solo — Addio. Non ti serbo rancore, ho tanto patito in una sola notte allo svanire della certezza che avevo della tua amorosa intelligenza, che ora an[che] questa sofferenza è assolta. E ci sono altre cose per cui posso sempre volerti bene, se vivo. Tutto questo che scrivo a te vale forse un poco anche per Emilio. Ma con lui il rapporto è diverso. Non badate, se potete, alle parole. Sto molto male. Se rivedrete Campana, se potrete in parte riparare, sarà per lui; non per me che non spero più e che non credo di tornare.


LIV Lettera

Dino Campana a Sibilla Aleramo

[Settignano, 4-5 dicembre 1916] 1

Cara Amica, ti scrivo piangendo ti supplico per l'amore che hai per me di tornare da C.[ena]. Dai questo senso al tuo pensiero in questo momento e sarai pura. Io non esisto mio amore. Questa primavera anderò in guerra. Ti ho incontrato e che la mia vita sia bastata per un po' di luce per te mia Rina. Inutili le mie parole come la mia vita, lo so. Non voglio che tu mi ricordi.

Non mi scrivere. Ti amo. Prendi il tuo ritratto da bambina e mandala là. Lavora e sii felice. Lasciami il tuo dolore. Addio

Farò tutto il tuo lavoro. Per ora posso vivere. Nella boccetta non c'è più profumo addio.


LV Lettera

Dino Campana a Sibilla Aleramo

[Settignano, 7 dicembre 1916]

Hai preparato il tuo viaggio senza neppure dirmi che volevi andare a Sorrento. Mi hai però detto che sono libero. La russa e a Firenze mi ha scritto e io sono andato da lei. Addio mia cara.


LVI Lettera

Sibilla Aleramo

[Sorrento] 8 dicembre 1916]

Rose calpestava nel suo delirio
e il corpo bianco che amava.
Ad ogni lividura più mi prostravo,
oh singhiozzo, invano, oh creatura!

Rose calpestava, s'abbatteva il pugno,
e folle lo sputo su la fronte che adorava.
Feroce il suo male più di tutto il mio martirio.
Ma, or che son fuggita, ch'io muoia del suo male!

(Mario Luzi, quando scrisse kla prefazione all’edizione del 1958 del carteggio, Aleramo Campana, che definì "… una di quelle fiammate dove scorie e sostanze preziose si confondono in un’unica incandescenza…" indicò questa poesia di Sibilla come la più vera e viva che la scrittrice avesse mai scritto).


LVII Lettera

Dino Campana a Sibilla Aleramo

[Settignano, 9 dicembre 1916, ore 18]

Notizia falsa torna subito. Ahnfeit Campanal


LVIII Lettera

Dino Campana a Sibilla Aleramo

[Firenze], 12 dicembre 1916]

Signora Aleramo,

Lei ha troppa ragione nella sua lettera. Io non merito di essere amato da lei. Ci separiamo.

Dino .


LIX Lettera

Sibilla Aleramo a L. Cecchi Pieraccini

[Sorrento] 17 dicembre [1916]

Leonetta, soffro tanto. E se penso all'accanimento, allo scherno con cui il destino ha voluto che anche tu contribuissi a questa mia disfatta, tu che pur mi vuoi bene, lo so... Bisognava vincere. Era il miracolo, e lo meritavamo, io e lui. Abbiamo perduto, è finita. Vivere, lavorare per il nostro io superiore, egoistico — tu dici! Evvia! Lo sappiamo cos'è. Si fan anche i capolavori, si! Ma, Leonetta, donne e uomini si nasce per altro, non lo sai?...

L'avete più veduto? M'aspetta ancora? M'ha scritto biglietti cinici. Mi sono aggrappata alla prova di restar lontana, non son mai stata cosi male, ora non ne posso più, torno, ma che cosa troverò?

Ti supplico, se lo vedi, se sai dov'è, digli che lo amo, nient'altro, nient'altro, digli che è finita per me se lo perdo, e anche per lui...


LX Lettera

Sibilla Aleramo a L. Cecchi Pieraccini

[Villa Linda [Settignano, 21 dicembre 1916]

Leonetta, non so se oggi vedrai Campana. Dopo averlo ritrovato, e con lui qualcuna delle nostre ore più belle, stanotte s'è di nuovo abbandonato al suo delirio d'odio e questa volta credo non ci ritroveremo più... C'eravamo perdonati, lui la mia "fuga", io una sua immediata avventura di triste ripicco. Tutto vano.

Sono a letto, ma in questa casa non posso più restare. Se lo rivedrai, cerca (perché la sua anima, se è possibile, un giorno sia meno torbida ricordandomi), di dirgli che finalmente avevi compreso un poco più la natura del mio amore per lui. Non avevo mai impegnata cosi totalmente la mia esistenza: era adorazione, sommissione, negazione mia totale... Ora non saprò mai più amare.

Sibilla

Digli che sono [amica] [sua] ... quando vorrà mi troverà.


LX Lettera

Sibilla Aleramo a Dino Campana

[24 dicembre 1916?]

Un letto profondo, la notte di Natale, nel tuo paese dove non sono mai stata — dove soltanto da bimbo hai riso di gioia. Stanotte. T'aspetto per partire — son sola nel mondo, oh letto profondo anche questo, se tu non venissi. Tu che tanta gioia devi avere — e ami il mio dolore, dolore d'aver già tanto guardato l'acqua fluire. Ma il tuo fiume, lo vedrò? Questo strazio, d'amarti, di volerti felice, e di non poter tramutarmi in una cosa di freschezza, rosa per la tua fronte, amore, amore. Non poter che consumarmi, sempre più. Non ho più voce per parlarti. Soltanto le mani sono ancora dolci. Stanotte, ti daranno il sonno? Nel tuo paese. E poi addormentarmi — e svegliarmi il mattino di Natale, bimba. C'è un bimbo, un fratellino vicino a Rina — oh Dino, Dino, che cosa si scioglie nel cuore di Rina? Silenzio, tienmi le mani. Nessuno m'ha detto mai, da bimba, una favola bella. Guardavo le stelle, come te. Stanotte non ci saranno. Ci saremo noi, favole, stelle, cose lontane, irraggiungibili. Nessuno mai più ci coglierà, anche se crederà vederci, sentirci. Stelle. Tienmi le mani, prendine tutta la dolcezza, toglimi tutto, sono tanto felice di morire, ma tu ma tu... Tremo, mi guardo intorno, non vieni ancora, l'acqua scorreva…


Dalla prossima settimana siamo già al 1917. Sono passati non ancora sei mesi e già il fuoco che li aveva alimentati va spegnendosi. Sono stati mesi d’amore furioso alternato a litigate furibonde sia per la gelosia di Dino, sia per la stanchezza fisica di Sibilla. Sembra che Dino fosse insaziabile e Sibilla sentiva ormai, passato l’attacco furibondo dell’innamoramento, la stanchezza fisica più che quella del sentimento: amava ancora perdutamente Dino, ma avrebbe voluto che non fosse sempre turbolento e solo sesso. Sentiva ardentemente il desiderio di "coccole", ma per l’uomo veniva prima il sesso perché per lui questo era l’amore. Qualcuno ha avanzato l’ipotesi che in ospedale si masturbasse una quindicina di volte al giorno, povera Sibilla quanta forza ha dovuto avere per resistere agli assalti sempre più intensi e irresistibili del Poeta.

Infatti abbiamo letto più avanti che mischiavano baci e terra (cioè sabbia) perché amavano fare l’amore dove si trovavano e spesso lo facevano sulla sabbia o in cabina in riva al mare, ché d’autunno sono sempre vuote.

Dalla prossima settimana, cominceremo a scivolare verso la fine di un grande amore e lo vedremo ammalarsi e morire lentamente, senza poter fare niente per alimentarlo. Sibilla sarà irremovibile e Dino, ormai sempre più solo si avvia, anzi decide di farsi ricoverare in manicomio; qualcuno ha detto per sfuggire alle insidie fasciste, qualche altro per poter continuare a scrivere con la certezza di non chiedere l’elemosina, cioè avere di certo il pranzo giornaliero.

Alla fine della loro corrispondenza, (che, poi, è la storia della loro vita) vorrei leggere insieme a voi una decina di poesia di Dino, ritenuto dai più eccelsi critici della letteratura italiana il rinnovatore della poesia moderna.

Nel darvi l’arrivederci alla prossima settimana, vi abbraccio con tutto l’amore che posso.

Reno Bromuro


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