a cura di Reno Bromuro

Sibilla Aleramo e Dino Campana

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DALLA LETTERA 7 ALLA 18

VII Lettera

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Sibilla Aleramo a Dino Campana

[Villa La Topaia, Borgo S. Lorenzo 31 luglio - 1 ° agosto 1916]

Mio caro Cloche,
incomincio a farmi un'idea della topografìa dei nostri rispettivi eremi. Dal canto vostro avete da sapere che io mi trovo più vicino a Panicaglia che a Borgo. Alla stazione di Panicaglia si va in 15 minuti attraverso i campi, mentre a quella di Borgo ci vuole un'ora buona. Vi direi di venire voi senz'altro, ma vedo che preferite che venga io costà, e va bene, poiché sperate che il posto m'invogli a tornare. Prenderò dunque l'automobile a S. Piero giovedì mattina alle sette e scenderò a Rifredo, a meno che il conduttore non mi dica che Barco vien prima, nel qual caso voi m'aspetterete a Barco, sta bene? Non occorre rispondiate, se va bene. E io spero che nulla m'impedisca di venire '. Forse resterò anche la sera - siamo poeti notturni, le stelle ci propizieranno l'avvenire -. Se foste venuto qui, la prima impressione che v'avrei fatta sarebbe stata forse migliore, senza cappello e tutti gli altri imbarazzi del viaggio... Ridete? Ma voi mi prospettate la vostra testa rossa e la vostra aria da gentil garzoni...

Mio caro Campana. Ho un tono scherzoso, ma voi sentite quanto in realtà sia profonda la mia tenerezza. Vi ringrazio d'avermi scritto quelle parole sul dolore patito a Marradi. Vi saprò dir poco, a voce, sono una silenziosa, ma vedrete che il travagliato nodo della mia anima lascia tuttavia al mio volto e al mio silenzio un poco di chiarità.

Vostra Sibilla

Ormai sono legati indissolubilmente, la passione li spinge l'uno verso l'altra senza pensare: l'innamoramento non ha più freni e, infatti, invece del 6 agosto si incontreranno il 3, quando, finalmente appagano il desiderio che li strugge. (N.d.R.)


VIII Lettera

  Dino Campana a Sibilla Aleramo

II Barco 5 agosto 1916

Con cuore fraterno a Sibilla Aleramo. Dino Campana


IX Lettera

Sibilla Aleramo a Dino Campana

[Villa La Topaia, Borgo S. Lorenzo] domenica-lunedi [6-7 agosto 1916]

Perché non ho baciato le tue ginocchia?

Avrei voluto fermare quell'automobile giù per la costa, tornare al Barco a piedi, nella notte, che c'è il tuo petto per questa bambina stanca.

Tornare. Come una bambina, questa del ritratto a dieci anni. Non quella che t'ha portato tanto peso di storie di memorie affannose, che t'ha parlato come se stesse ancora continuando il suo povero viaggio disperato, come se non ti vedesse, quasi, e non vedesse lo spazio intorno, le querele, l'acqua, il regno mitico del vento e dell'anima Tu che tacevi o soltanto dicevi la tua gioia. Sentivi che la visione di grandezza e di forza si sarebbe creata in me non appena io fossi partita? Nella tua luce d'oro. E non ho baciato le tue ginocchia.

I nostri corpi su le zolle dure, le spighe che frusciano sopra la fronte, mentre le stelle incupiscono il ciclo.

Non ho saputo che abbracciarti. Tu che m'avevi portata cosi lontano. Che il giorno innanzi ascoltavi soltanto l'acqua correr fra i sassi. Oh, tu non hai bisogno di me!

È vero che vuoi ch'io ritorni? Come una bambina di dieci anni. È vero che mi aspetti? Rivedere la luce d'oro che ti ride sul volto. Tacere insieme, tanto, stesi al sole d'autunno. Ho paura di morire prima. Dino, Dino! Ti amo. Ho visto i miei occhi stamane, c'è tutto il cupo bagliore del miracolo. Non so, ho paura. È vero che m'hai detto amore! Non hai bisogno di me. Eppure la gioia è cosi forte. Non posso scriverti. Verrò il 19. dovunque. Il 14 resterò qui; a Firenze andrò poi per un giorno. Son tua. Sono felice. Tremo per te, ma di me son sicura. E poi non è vero, son sicura anche di te, vivremo, siamo belli. Dimmi. Io non posso più dormire, ma tu hai la mia sciarpa azzurra, ti aiuta a portare i tuoi sogni? Scrivimi.


X Lettera

Dino Campana a Sibilla Aleramo

[Casetta di Tiara, Firenzuola 7 agosto 1916]

Leggo il Rubayat di Ornar Kaimar. Questo libro è eccellente e ben tradotto. Benché vi abbia appena stretto la mano bella dubitosa vi vedo qua in fondo ai pensieri e in fondo al paesaggio. Pura bellezza oro dell'occaso qualche cosa che conta nella solitudine dice Ornar Kaimar e dice bene, nella febbre del crepuscolo tra i grandi boschi.


XI Lettera

Sibilla Aleramo a Dino Campana

[Villa La Topaia, Borgo S. Lorenzo] lunedì sera [7 agosto 1916]

Tremo aspettando che tu mi scriva. M'hai amato, quei giorni. T'ho avuto tutto nel primo sguardo, cosi interamente. Perché tremo? E l'ultima sera m'hai detto: "Tanto dubitavi di te?...".

Oh, ma è la verità. Dino. Io, che non vorrei, che mai avrei voluto cambiarmi con un'altra creatura, io che so il mio valore, so anche tutta la mia miseria, so che se tu domani mi scrivessi che è stato un sogno, che ti sei svegliato, che non mi ami, troverei nel mio orrore da chinare il capo... Perché amarmi, tu? Anche oggi, che povere frasi sciocche devo averti scritto. Come quando t'ero accanto, che non sapevo che piangere o baciarti. E ho fatto piangere tanti dacché vivo. Che importa se per ogni lagrima che ho fatto scendere ne ho versate io stessa cento. C'è tanta ombra intorno a me. Puoi averlo sentito, puoi, dopo che son partita, averlo sentito, tu che sei fatto per il sole... Dino, Dino!

M'hai detto: "tu non dici: sempre, mai, come le altre". Ma stasera mi sembra che mai io mi sia sentita davanti all'amore una cosi piccola cosa oscura. Dopo tutto quanto ho vissuto e voluto, dopo aver benedetto ogni sforzo e ogni martirio credendo ogni volta di crescere e d'adunar luce in me, come mi trovo davanti a te! E se tu sapessi il disprezzo che ho per queste stesse parole con le quali cerco come d'inginocchiarmi. Tacere, non dovrei che tacere, aspettando. Bisogno di distruzione, dicevi... Come m'hai parlato del "nostro" lavoro, quell'ultimo mattino! Della cosa bella creata sotto il cielo dal fatto solo del nostro amore. - Senti i miei silenzi? - T'ho veduto staccato da tutti, libero come nessuno, e più umano ancora di me, oh Dino, ch'ero cosi sola a portar tutta la mia umanità. Ma più forte di me, anche. Più alto. So quel che dico. Che ti potrò dare? T'adoro. E sento tutta la mia impotenza. Baciarti.i.


XII Lettera

Sibilla Aleramo a Dino Campana

[Villa La Topaia, Borgo S. Lorenzo 7-8 agosto 1916]

Notte - Possa tu riposare, mentre io ardo cosi nel pensiero di te e non trovo più il sonno, e sono felice. M'hai promesso di farti rivedere ancor più bello, mia bella belva bionda. Come passerai questi giorni e queste notti? Mi senti nella mia sciarpa azzurra, speranza, grazia? Riposa, riposa. Ci siamo meritati il miracolo. Lo vivremo tutto. E avrai tanta dolcezza anche dal dimenticarti in me, qualche momento, dall'avermi dinanzi come qualcosa a cui la tua dedizione sia sacra, fertile e sacra. Ho tanta fede, Dino. Mi sento ancora cosi forte, per questo scambio del nostro sangue.


XIII Lettera

Sibilla Aleramo a Dino Campana

[La Topaia, Borgo S, Lorenzo] mattino, martedì [8 agosto 1916]

Baciarti... Aspettando la posta, ecco cosa t'ho fatto...:

Fauno1
Lontane dal mondo,
querce,
rade nel sole d'agosto,
acque fra sassi,
lontane dal tempo,
e tu
dorato ridi,
tu alla bianca mia spalla
tu alla verginea sua musica
gioia dagli occhi ridi.

(Questa poesia era stata scritta in ricordo del loro primo incontro, quello del 3 agosto 1916, fu inserita nella raccolta del 1920, Momenti, col titolo Fauno, appare ora a pagina 22 nel libro Sibilla Aleramo a cura di B. Conti e introduzione di C.Rendine, nella edizione curata per la Newton Compton Editori, Roma 1980)

(l'ultimo verso era venuto prima dei due penultimi: forse era meglio? Ma non ha importanza. È per noi). E non m'hai scritto...

Ho il terrore che tu non ti senta bene... Quei giorni son stati troppo belli. Ti supplico, Dino, tranquillizzami, mi basta una parola, te l'ho detto. E ora devo aspettare fino a domattina, la posta non viene che una volta...

Sono ancora sola, credo che gli ospiti torneranno domani. Stanotte ho riposato un poco, alzandomi avevo il viso roseo, ma ora son di nuovo inquieta. Vuoi ch'io ritorni subito?... Se vuoi, vengo, Dino. Ma tu m'avevi promesso di star bene, di aspettarmi con i tuoi occhi chiari, di riposarti pensando alla tua piccola. Mi ami sempre? Dolcezza, passione, smarrimento, sentimi. Tua

Ho fede, sai, tanta. Staremo insieme tanto - Guardiamo lontano. Amore. Baciami.

Preoccupazioni della Petite bourgeoise. Hai scritto a Vicchio? E al tuo paese per i vestiti e per il libri? Sei andato a veder di nuovo alla Casetta? E la russa, ti lascia in pace? Ho chiesto a Torino Una donna!. Spero tu lo possa avere per il 14.

Scrivimi subito, ti prego, poi per il 14 mi scriverai ancora, vero? qui.

Certi Gonzales da Milano non ti han chiesto i Canti? Non impensierirti, ti darò tregua con le mie epistole... Ma ora dimmi che stai bene e che mi vuoi bene. Soffro, ho bisogno di ritrovarti.


XIV Lettera

Sibilla Aleramo a Dino Campana 

[Villa La Topaia, Borgo S. Lorenzo 8 agosto 1916] pomeriggio

M'han portato in ritardo la tua cartolina, Omar Kaimar. Prendo tutte le cose troppo sul serio? Ti mando lo stesso tutto quel che t'avevo scritto, ti divertirà un momento Insieme alla tua, poche parole da Firenze, lagrime ma degne. Ne ho fatto un uomo.

Perché "dubitosa"? Di me, no. Di quel che sentivo, no. E neanche di quel che dovevo fare, vedi, ch'è già fatto, limpidamente. Ma d'esser per te una cosa di vita, una cosa di bellezza...

Ripensavo a un punto del tuo libro, a una frase che mi ti aveva avvicinata forse più d'ogni altra la prima volta che ti lessi: e ho cercato nel volume, è proprio dove tu mettesti per me la foglia d'edera: ".. .Dolce mi è sembrato il mio destino fuggitivo... cosi conosco una musica dolce nel mio ricordo... so che si chiama la partenza o il ritorno...".

Andando e stando.


XV Lettera

Sibilla Aleramo a Dino Campana

[Villa La Topaia, Borgo S. Lorenzo 9 agosto 1916]

Dino, provo qualcosa di tanto forte che non so come lo reggerò... Sei tu che mi squassi cosi? Che cosa m'hai messo nelle vene? E sempre ho negli occhi quella strada col sole, il primo mattino, le fonti dove m'hai fatto bere, la terra che si mescolava ai nostri baci, quell'abbraccio profondo della luce. Dove sei, che mi sento cosi strappata a me stessa? Mi chiami, o m'hai dimenticata? Oh ti voglio ti voglio, non ti lascerò ad altri, non sarò d'altri, per la mia vita ti voglio e per la mia morte, Dino, dopo questo non si può esser più nulla, oh, sapere che anche tu lo senti, che rantoli anche tu cosi...

Mi aspetti, dimmi, mi aspetti, vero? Saremo soli sulla terra. Bruceremo. Hai visto che siamo vergini, che qualcosa non ci fu mai strappato? Per noi. Più a fondo, più a fondo, ci mescoleremo allo spazio, prendimi, tiemmi, io non ti lascio, bruceremo.

Dimmi che mi manca cosi il respiro perché mi chiami, perché mi vuoi...


XVI

Sibilla Aleramo a Dino Campana

[Villa La Topaia, Borgo S. Lorenzo 9 agosto 1916]

Domani sera, giovedì, vado a Firenze, m'han scritto i Luchaire che saran qui soltanto domenica, e Fr.[anchi] mi supplica d'andar un giorno a vederlo. Tornerò qui domenica mattina con i Luch. portando tutto quello di cui mi devo provvedere a Firenze per la montagna. Cosi dopo tre o quattro giorni con gli ospiti qui, ti raggiungerò direttamente, ed è molto meglio. Mi scriverai dove. Ti manderò un orario ferroviario per il caso si vada a Vicchio. Ma se ti pare che alla Casetta sia possibile, vengo. Poi c'è sempre tempo di cambiare. Ma ritrovarci.

A Firenze soffrirò, patirò tutta la passione di quel figliolo. Ha sentito tutto, non spera più. Ma avrà forza, mi appartiene, vivrà. Tu non stare in pena, sarebbe un'offesa, a questo tormento divino che provo, il dirti altro, vero Dino? Son tua, non posso che esser tua, lo sai. Pensami. Non m'hai scritto ancora, non so nulla, son tutta soltanto col ricordo, e brucio.

Forse domani avrò una tua lettera... Ti riscriverò da Firenze. Per il 14 mattina, una tua parola qui alla villa, Dino; e nel pomeriggio ti sentirò come se mi baciassi tutta. Tra i grandi boschi... mi aspetti? Ti farò gridare di gioia quando ci riprenderemo. Poi piangeremo di felicità, tanto... Mi ami? Lo sapevi che t'avrei amato?

Se vuoi, puoi scrivermi a Firenze - se ti occorre qualcosa di là.


XVII

Sibilla Aleramo a Dino Campana

[Villa La Topaia, Borgo S. Lorenzo] mercoledì sera [9 agosto 1916]

Riapro la lettera - perché non l'ho spedita non lo so; perché t'avevo promesso un po' di requie, perché m'hai detto che non ami l'epistolografìa... Ma lasciami cosi, ancora un poco. Stasera e l'ultima di questa solitudine alla Topaia. (Quei benedetti Luchaire, avessi saputo che tardavano tanto a tornare! Sarei forse ancora al Barco... Ma non bisogna voler loro male: senza questa villeggiatura in casa loro, chissà quando ci saremmo trovati, io e te). Non sei venuto qui, ma come ci hai vissuto! Dalla prima sera del mio arrivo, avevo avuto a Firenze poche ore prima la tua prima risposta, e avevo sentito che c'era qualcosa di mutato sotto il cielo. Da quella notte, che non potei prender sonno, pensandoti. Oh, Dino, tutto questo che ti racconto, tutto questo che m'accade, sarebbe troppo sciocco, se non fosse grande. Vedi, la calligrafìa di stasera è diversa da quella d'oggi. C'è un lume a petrolio che mi par d'esser diventata miope. I miei occhi. Ti son piaciuti. Tutta ti son piaciuta? Tremavi. M'hai detto cose tanto care. E ora perché non mi scrivi, Dino? Oh, non è un lamento. .. È questo terrore assurdo... L'avevo anche prima di vederti, quando ti scrissi la seconda e terza lettera, e pensavo ch'eran brutte, che potevan aver offuscata un'immagine di me già creata nella tua mente... Sei mai stato amato, Dino? Nulla, non so nulla di te, se non che hai sofferto e che sei rimasto il più forte. Oggi ti ho gridata la mia febbre, stasera vorrei darti invece soltanto dolcezza, averne tanta da te. Puoi, lo so. Che siam tanto stanchi tuttedue, talvolta. Fraternità, anche m'hai offerta. L'inquietudine che si placa, la febbre che cede, oasi, oasi serene, mie, tue. Mi aspetti? hai fede? Tanti han avuto quella vile e stolida paura di soffrire e di farmi soffrire... Perciò ho voluto che tu sapessi tante cose amare, invece di portarti soltanto gioia e luce. Dopo, se ora mi aspetti, non ne parleremo mai più. Dino. Ti chiamerò tanto col tuo nome, ti chiamerò tanto, amore. C'è qualche tempo dinanzi, strade e cose da fare. Questo tuo silenzio! Mi vuoi provare tu, ora? Resisto, vedi. Domani a Firenze quel fanciullo piangerà tanto, piange già tanto dacché ha saputo - gli ho scritto soltanto che avevo avuto una visione di forza e di grandezza, fuori del tempo, e che ti avevo promesso di tornare - e gli ho chiesto d'esser forte. Piangerò con lui. Non accadrà altro, non ti dirò nulla, come m'hai chiesto. Pensami con la tua bontà più profonda, Dino, e sentimi col tuo amore, senti che continua quel miracolo di quell'ora nel sole lontano, ritroveremo le polle d'acqua...

Oggi ho avuto la tentazione di telegrafarti che venivo al Barco... Ma poi, se tu non ci fossi? E devo anche rifornirmi di danaro, a Firenze. Cosi, mi son forzata al lavoro di traduzione, non so quant'ore, bougianen... (mi hai parlato in piemontese, mentre salivo su l'automobile, chissà perché, io non capivo più nulla...) - Come sono sfinita. Perdonami. Amami, sai? Cuore.


XVIII Lettera

Sibilla Aleramo a Dino Campana

[Villa La Topaia, Borgo S. Lorenzo] giovedì mattina [10 agosto 1916]

Non importa che tu legga tutto questo, gridi, sospiri, per non sentire il peso al cuore e al cervello. Leggi soltanto, Dino, che vengo, vengo a te con tutta me.

Scrivimi, ti supplico, una parola a Firenze, con espresso ch'io l'abbia di certo sabato: dimmi se domenica e lunedì sarai al Barco, perché nel caso (improbabile) che i Luchaire proroghino ancora, verrei a farti una visitina. Ti scriverò da Firenze.

ore 10 - Niente posta neanche stamane, devo partire senza saper più nulla di tè... Come starai? Ti supplico, mandami una parola per espresso a Firenze. Ma ti sento, so che m'aspetti, vengo.

Tua


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