a cura di Reno Bromuro

Impronte sulla roccia

Chi sono gli innamorati più irruenti della letteratura

Sibilla Aleramo e Dino Campana

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Nell’ultima lettera vi avevo promesso che avremmo conosciuto queste due grandi figure dalla letteratura italiana ed ecco, che, dopo aver passato guai col PC, provo a scrivere quanto promesso ed inviarlo.

Cominciamo col conoscerli, ricordando le parole che Dino pronunciò sulla letteratura nazionale. E ripensando a quelle parole, come non avere dinanzi agli occhi l’immagine di Nietzsche e del suo libro dal titolo "Umano, troppo umano", dove a pagina 208 parla del "quasi un uomo"?

In quell’occasione affermò che "Un libro vive come un essere dotato di spirito e d’anima e tuttavia non è un uomo", e continuava: "È cosa che non finisce mai di sorprendere uno scrittore il fatto che il libro, non appena si sia staccato da lui, continui a vivere una vita per conto proprio; per lui è come se la parte distaccata di un insetto proseguisse il suo cammino, da sola". Ora ditemi, dopo queste affermazioni come si fa a non riconoscere nel libro le caratteristiche che furono dell'uomo, dopo aver riconosciuto nell'uomo le caratteristiche del libro?

Potremmo affermare, dunque che Campana proprio perché cosciente dell’affermazione di Nietzsche, definisce la letteratura nazionale: "industria del cadavere". Dino, il matto di Marradi, Dino il trasandato, pensa costantemente all'"industria del cadavere" come istituzione, con le sue elaborazioni critiche che continuamente si rinnovano.

A questo stato di cose, Campana contrappone la propria irriducibilità; e la "Letteratura nazionale / Industria del cadavere / Si Salvi Chi Può" stenta ancor oggi ad includerlo nei suoi repertori come presenza consacrata.

Nonostante la produzione di Campana e le attenzioni dei campaniani sia ormai imponente specialmente nelle università, nonostante la "pazzia" del poeta fornisca ai critici l’alibi per tenere distinti fra loro il Campana che serve e quello che non serve; vale a dire il pazzo e il sano, il libro e l'uomo.

Quando esce il Manifesto dei Futuristi, Campana può sognare un futurismo che in realtà nessuno ha mai fondato; cioè un'arte nuova, che faccia risplendere, in Italia,

"un cielo nuovo, un cielo puro",

un cielo metallico ardente di vertigine,

un cielo dove

frati e poeti non abbiano fatto

la tana come i vermi".

Invia poesie a Marinetti, scrive a Papini all'indirizzo di "Lacerba":

"La vostra speranza sia: fondare l'alta coltura italiana. Fondarla sul violento groviglio delle forze nelle città elettriche sul groviglio delle selvagge anime del popolo, del vero popolo, non di una massa di lecchini, finocchi, camerieri, cantastorie, saltimbanchi, giornalisti e filosofi come siete a Firenze".

Naturalmente non gli risponde nessuno e allora lui, nell'autunno del 1913 sbarca a Firenze per incontrare di persona quei suoi contemporanei.

Conosce Papini, Soffici, i futuristi milanesi, "i vociani" e si rende conto che la logica delle avanguardie artistico-letterarie non è la fondazione dell'"alta coltura" italiana, ma al contrario è la semplificazione estrema dell'arte e della cultura già esistenti.

Si scandalizza e scrive articoli e poesie invettive su invettive su queste persone che: "Vogliono creare un'arte nuova per forza di pettate!"

L’impatto coi contemporanei lo offende e lo addolora, vede la caduta delle illusioni, e scrive "Ci fu un tempo, prima di prendere conoscenza della civiltà italiana contemporanea, che io potevo scherzare. Ora questa civiltà mi ha messo addosso una serietà terribile. Perciò io sono anche tragico e morale. II popolo d'Italia non canta più. Non vi sembra questa la più grande sciagura nazionale?"

Nella mente di Dino, tutto si dilata fino a includere tutta la società letteraria dell'epoca: chiama D'Annunzio "il Vate gramofono", i futuristi rappresentano l'"imperialismo borghese frasaiolo" dell'Italia giolittiana, e di Benedetto Croce dice che è "il campione quando dice arte == espressione, e così via…"

Nei primi mesi del 1914 pensa di tornare a rifugiarsi in quel tempo senza età, da cui è venuto, accentuando gli aspetti individuali e mistici del proprio essere poeta ed accentuando anche la distanza dalla società letteraria italiana e parte per l’estero.

Inizia per lui il calvario e si apre la via per il manicomio: aveva dato in lettura la sua raccolta di poesie a Soffici che lo passa a Papini perché anche lui desse il suo parere, ma il manoscritto va perduto. Qui si comincia a vedere iI Campana tragicomico alla ricerca del "manoscritto smarrito", il "pazzo" che vuole sfidare Soffici a duello e scrive lettere minacciose a Papini; ma è pronto a salire il calvario per ricordare i versi perduti e pur aggrovigliato nel dolore più immane riscrive tutta la raccolta.


Sono le 5 e 30 di giovedì 3 agosto. Una bella e agile figura femminile attraversa i campi a passo spedito, mentre il cielo si va colorando dei più bei colori dell’alba estiva. La donna è diretta alla stazione di Panicaglia, deve prendere il treno per San Piero a Sieve, distante solo una diecina di chilometri, e, poi la macchina che ogni giorno va verso l'alto Mugello.

Le poche persone che la incrociano non possono fare a meno di notarla. Non solo perché attraversa i campi da sola, ma perché è bella, molto bella. La fronte ampia, l'ovale del viso regolare, la bocca sensuale e tragica, la pelle di madreperla e il lungo collo da cigno che si muove altero sulle spalle. Ha già quarant’anni, ma non li dimostra, lo denuncia soltanto una ciocca bianca tra il biondo dei capelli, sopra la tempia sinistra, che lei, tiene volutamente nascosta sotto la falda del cappello.

La donna è Sibilla Aleramo, all’anagrafe Rina Faccio e quel giorno non aveva voglia di raccontarsi, ansiosa com'era di incontrare Dino Campana, poeta ignoto, destinato a diventare un grande del Novecento italiano; intanto ora era solo un povero autore che cercava disperatamente di vendere il suo libro, pubblicato grazie a una sottoscrizione nel 1914: era la prima edizione di "Canti orfici".

Lui l'aspettava a Barco - forse prima forse dopo Firenzuola. Lo avrebbe chiesto al conducente; le poche lettere che il poeta le aveva scritto, erano suggestive, quasi sospese, eppure le riempivano il cuore di simpatia verso questo poeta sconosciuto, ma pieno di simpatia. Era rimasta affascinata al punto che, mentre la macchina continuava la strada traballando per la strada sconnessa, le pareva di conoscerlo, di vederlo nei sogni ad occhi aperti. Aveva anche scritto per lui una poesia, senza avere il coraggio di portarla con sé.

Gliel’avevano descritto di pelle rosea e biondorossiccio di capelli, il naso breve, largo e la bocca forte. Gli occhi cangianti, alcuni affermavano fossero azzurri, altri grigi, altri ancora, castani. Alcuni, spettegolando, lo dipingevano come un barbone, con scarpe enormi legate con lo spago; invece, era solo un solitario, squattrinato come lei e come spesso i veri artisti. Del suo libro, "Canti orfici" ne discutevano tutti però.

Sibilla pur sapendo che Campana non aveva mai letto il suo capolavoro: la conosceva per le chiacchiere sulle sue ripetute storie d'amore.

Infatti, la stessa Sibilla ci racconta:
"Che cosa io sarei senza questi incontri, senza le strade che ho percorso"

A pagina 320 di "Un amore insolito" dice di Giovanni Cena, conosciuto nel 1902:
"...In un giorno di settembre del 1910 io lasciai Cena. Il nostro legame s'era già allentato da oltre un anno, ma nessuno dei due aveva mai creduto che si sarebbe veramente spezzato..."

Narra Lina Poletti , nel 1909, a pagina 117 de "Il passaggio"

"...Ella supponeva a se stessa un maschio a cuore; e foggiata s'era veramente a strana ambiguità... "

"...Ella supponeva a se stessa un maschio a cuore; e foggiata s'era veramente a strana ambiguità... "

Ed Ella in "Diario di una donna" a pagina 336, narra:

"...Ed ecco un giorno una forma umana singolare mi viene incontro, mi saluta...E' per l'inguarita nostalgia di quel ch'io non sono stata che mi sento attratta ora verso questa fanciulla dai modi virili..."

Nel 1910 scrive di Felice Guglielmo Damiani, ne "Il passaggio", pagina 42:

"...il tuo viso era chiaro e fiamme erano i tuoi capelli e bello trovai per la prima volta l'ardore virile..."

Nello stesso anno s’innamora di Vincenzo Cardarelli, del quale in "Lettere d’amore a Sibilla Aleramo", afferma:

"...Pietà... di te ne ho, sì, almeno quanta ne ho di me, e forse, sì, di più. Io non so quel che c'è di vero in tutto ciò che contraddittoriamente hai detto e fatto di te e di me fino ad oggi, non lo so e non lo saprà mai, e accetto Questa oscurità... umilmente, so che sei disgraziato, che sei infelice, e davanti a questo il lamento per me stessa tace, istintivamente. Questo è l'amore Vincenzo..."

La storia con Vincenzo Cardarelli dura nemmeno due anni e nel 1912 incontra Giovanni Papi. Di lui a pagina 76 di "Sibilla Aleramo e il suo tempo" si legge:
"...La verità... è che tu avevi incontrato una donna che era uguale per anima e per intelligenza, e che ti era superiore per carattere, per tempra. E che sei fuggito, perché, sì, sei troppo debole per l'amore..." e a pagina 15 di "Gioie d’occasione e altre ancora" continua: "...Scrivo ad Arno. Sublimità... puerilità...? Lo amo, d'un amore assurdo..."

Sempre nello stesso anno, dopo pochi mesi passati con Giovanni Papi incontra Joe Lucani e lo ricorda a pagina 76 di "Sibilla Aleramo e il suo tempo" e in "Diario di una donna"
"...C'è già un ragazzo (...) che mi adora..."
"...Aveva diciannove anni...e i due più vividi occhi verdemare ch'io abbia mai veduti.."

Nel 1913 è con Vincenzo Gerace, sempre nello stesso vive con Umberto Boccioni. Nel 1914 è con Michele Cascella del quale a pagina 156 de "Il passaggio" e a pagina 193 di "Diario di una donna"

"...Un fanciullo m'amava, migrante arcangelo, in vertigine di luce spada bella; e lo vidi colpito piegarsi, accettar la sorte, accettar di sparir...". "...Come era caro, allora, trasognato come un Aligi, abruzzese delle montagne, mistico e panteista, pieno di grazia e così felice in quei pochi mesi in cui mi illusi d'amarlo…"

Poi ci furono, nel 1915 Giovanni Boine e Fernando Agnolotti, dei quali in "Selva d’amore" (pag. 44)

"Il mio sangue,
ho sentito il mio sangue cantare,
un'ora
e il tuo gli rispondeva
ed un'allodola, che intanto
salutava l'aurora..."

Quel mattino del 3 agosto 1916, mentre si recava per incontrare il poeta sconosciuto, aveva da poco smesso di amare Raffaello Franchi, ecco perché mentre saliva verso Fiorenzuola, il suo cuore cantava una nuova canzone d’amore, anche se, dopo due anni pentita ripensava con nostalgia all’amore di Franchi, che: "...aveva sopportato con infinita abnegazione d'essere sacrificato all'amore per Campana... ...Raffaello m'ha amato come forse nessun altro, forse come neppure Cena..." "Diario di una donna" pag. 235

A pagina 435 di "Diario di una donna" confessa: "...Forse Dino fu l'uomo che più amai... Tutta la sera m'è ondeggiata alla memoria, l'immagine di lui, della sua pazzia, e di quel altipiano deserto, in quelle prime poche notti estive del nostro amore che son rimaste le più pervase d'infinito ch'io abbia vissuto... "...E amai perdutamente Campana per non lasciarlo solo nella sua follia..." "Le mie lettere sono fatte per essere bruciate" pagina 27.

Dopo Campana ci sono stati altri amori e tutti, dopo qualche tempo finivano per morire uccisi dal carattere irruente e dalla morboso gelosia che la dilaniava: 1918 Giovanni Merlo, 1920 Tullio Bozza, 1924 Tito Zaniboni,

Su la mia bocca
da la bocca d'uno
mai prima veduto,
un bacio
un bacio violento
oggi è caduto rapinoso... " ("Poesie",114); 1925 Julius Evola, 1926 Giulio Parise, 1933 Enrico Emanuelli
"Oscilla,
nel vento,
nel vuoto spazio,
giunco e non uomo,
ed io m'illusi,
or dannato lo vedo... " (Selva d'amore,162)

1934 Salvatore Quasimodo, 1936 Franco Matacotta

L’auto sta per giungere a Barco, Sibilla rimette nella borsa il libro di Campana, che aveva portato con sé per avere una dedica dal poeta e che la letto durante il viaggio. Guarda il paesaggio con lo sguardo ancora più trasognato; sembrava che il motore della macchina arrancando ripetesse all’infinito, unitamente al battito del cuore:

"erano tutti stracciati
e coperti col sangue del fanciullo"
: due versi di un poeta americano scelti e adattati per la presentazione, come un marchio di fabbrica dei Canti Orfici. Non sapeva spiegarsi perché quei versi gli gridavano dentro e da dove veniva la loro magica potenza poetica?

Doveva conoscerlo, doveva sapere, specchiarsi in quegli occhi che definivano in cento maniere; sentiva irrefrenabile il desiderio di baciare quella bocca carnosa e forte.

Come sempre succede in questi casi, c’è sempre un nemico celato, ben nascosto che smaterializza quando meno te l’aspetti, e il nemico nascosto era il delirio portato dalla malattia di Dino che accresce in modo parossistico idee che già erano nella mente del poeta e le fa diventare ossessive.

E, come abbiamo letto dalle lettere, il 27 febbraio 1932, s'ammala improvvisamente d'una malattia misteriosa (si parla di sifilide), per cui era stato curato all'ospedale di Marradi nel 1915, e per questo era entrato in manicomio nel 1918. Muore il 1° marzo, alle ore undici e tre quarti.

Reno Bromuro
Bibliografia
"Un viaggio chiamato amore" di Bruna Conti
"Dino Campana Opere" Sebastiano Vassalli – Carlo Fini


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