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Dino Campana chi è?

a cura di
Reno Bromuro

Sono a contatto con i giovani, molto più spesso che non con i miei coetanei e mi trovo ad essere sempre più scontento, perché tra quelli appena maturati, e tra i maturandi esiste una totale ignoranza di uno dei più significativi Poeti del secolo: Dino Campana.

    Qualche anno fa non mi meravigliavo, visto che anche Sapegno ne fa solo un cenno, dopo una decina di righe di biografia, senza parlare della sua opera e se lo fa lo paragona a Rimbaud.

    Solo dal 1968 si è cominciato a parlare di questa nuova figura di Poeta, chiamato in causa dal Falqui in «Novecento Letterario» in un saggio dal titolo «Campaniana», inziando così una ricerca, da parte dei critici, durata fino a tutto il 1970.

    Avendovi parlato del carteggio d’amore tra lui e Sibilla Aleramo, del loro amore turbinoso come un ghibli, violento come un tornado, appassionato come il canto del mare in una notte di luna piena (sì, perché in quelle notti le onde del mare non cantano, ma cantano canzoni indimenticabili). Parlandovi di questo amore non vi ho trascritto la poesia, forse più bella che Dino abbia scritto per Sibilla. La trascrivo adesso:

«Vi amai per la città dove per sole
strade si posa il passo illanguidito
dove una pace tenera che piove
a sera il cuore non sazio e non pentito
volge a un’ambigua primavera in viole
lontane sopra il cielo impallidito».

Dicevo che i giovani non conoscono bene e, alcuni, non conoscono affatto il Poeta Dino Campana, forse perché i critici ne hanno parlato poco perché si sono sentiti infastiditi dall'impiego indiscriminato che Dino faceva di certa terminologia “all’acqua di rosa”, a volte anche sgrammaticata, e quindi non riuscivano ad avere il coraggio per definire la sua poesia, perché saltava agli occhi e penetrava nel cuore la linfa sanguigna che da quei versi zampillava. E’ per questo che la poesia è scarna, scabra, secca, bruciata, pietrosa, come molti la definiscono, a volte languida e delirante come il bambino che non avverte più l’odore della presenza della mamma. C’è una richiesta a bocca spalancata, una voce tonante come la tromba di Gerico, che grida a squarciagola, affetto, amore, compagnia.

La Chimera

Non so se tra rocce il tuo pallido
Viso m'apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina o Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose,
Regina de la melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore,
Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l'immobilità dei firmamenti
E i gonfii rivi che vanno piangenti
E l'ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.

E certo uno spoglio rapidissimo, col passare del tempo, ci rivela il ritorno di certi termini o addirittura di certe espressioni, di certe immagini, che sembrano impresse sulla tela, come se “la nostra anima fosse non più spirito”, ma materia solida e indistruttibile, perché i versi rimangono impressi, con caratteri di fuoco, da un laser.

    Leggendo la sua opera ci accorgiamo che le parole diventano più asciutte, il Poeta ci parla e il suo dire diviene disegno essenziale, perfino avaro in qualche lirica; si avverte che ci troviamo dinanzi all'urto tragico di un uomo intero, che mendica amore, ma questo non arriva e a lui non rimane, per il momento, che chiamarlo Chimera. E qui è tutta la tragica tensione di un Uomo che va in giro a mendicare un sentimento che dovrebbe essere di tutti.

Giardino autunnale (Firenze)

Al giardino spettrale al lauro muto
De le verdi ghirlande
A la terra autunnale
Un ultimo saluto!
A l'aride pendici
Aspre arrossate nell'estremo sole
Confusa di rumori
Rauchi grida la lontana vita:
Grida al morente sole
Che insanguina le aiole.
S'intende una fanfara
Che straziante sale: il fiume spare
Ne le arene dorate: nel silenzio
Stanno le bianche statue a capo i ponti
Volte: e le cose già non sono più.
E dal fondo silenzio come un coro
Tenero e grandioso
Sorge ed anela in alto al mio balcone:
E in aroma d'alloro,
In aroma d'alloro acre languente,
Tra le statue immortali nel tramonto
Ella m'appar, presente.

    «Ella m’appar, presente», chiama oltre che l’amore un giudizio critico che non arriva e, per questo prega la fanfara straziante che sale dal fiume, nel silenzio della sera, di sbandierare il suo problema,mentre riaccende la speranza.

La speranza (sul torrente notturno)

Per l'amor dei poeti
Principessa dei sogni segreti
Nell'ali dei vivi pensieri ripeti ripeti
Principessa i tuoi canti:
O tu chiomata di muti canti
Pallido amor degli erranti
Soffoca gli inestinti pianti
Da tregua agli amori segreti:
Chi le taciturne porte
Guarda che la
Notte
Ha aperte sull'infinito?
Chinan l'ore: col sogno vanito
China la pallida
Sorte...
…………………………………………..
Per lamor dei poeti, porte
Aperte de la morte
Su l'infinito!
Per l'amor dei poeti
Principessa il mio sogno vanito
Nei gorghi de la Sorte.

E Dino Campana, l'elegiaco, il descrittore, e l'interprete delle proprie sensazioni e della propria pena, ora diventa lo storico del suo dolore.

Il suo è un lavoro attento e tormentato, insistendo forse anche troppo sul fatto, che spesso l'equilibrio poetico si regga soltanto sulla perizia del verseggiatore, che abitualmente attenua le discordanze e nasconde le lacune dei passaggi più rischiosi, raggiungendo in alcune liriche: l'abilità del poeta mai compiaciuta e amata come Narciso la sua immagine.

L’invetriata

La sera fumosa d'estate
Dall'alta invetriata mesce chiarori nell'ombra
E mi lascia nel cuore un suggello ardente.
Ma chi ha (sul terrazzo sul fiume si accende una lampada) chi ha
A la Madonnina del Ponte chi è chi è che ha acceso la lampada? - c'è Nella stanza un odor di putredine: c'è
Nella stanza una piaga rossa languente.
Le stelle sono bottoni di madreperla e la sera si veste di velluto:
E tremola la sera fatua: è fatua la sera e tremola ma c'è
Nel cuore della sera c'è,
Sempre una piaga rossa languente.

Non bisogna dimenticare che in questa «invetriata» Dino intenta richiamare l'attenzione dei lettori, sia pure in maniera lievemente sfocata, e come le figure metriche tradizionali possano essere adoperate da lui, senz'ombra di profanazione.

Con una certa ingenuità Dino ha avvertito l'importanza del problema metrico nello studio della lirica, e per questo ne tiene conto solo come osservatore.

Non vuole assolutamente sottostare alle rigide regole della poetica, non ne ha la buona volontà né vuole dedicarsi con profitto allo studio della metrica. Studio mai inutile e vuotamente retorico; Lui tocca rapidamente l'essenza dello spirito umano. Infatti, a prima vista, sembra che Campana abbia voluto purificare il suo vocabolario e l'istinto melodico dell’Io creativo, bandendo il Sé razionale dal suo poetare. Sente che le sue poesie non danno l'impressione del nudo, ma piuttosto del riempitivo. I versi non sono solamente essenziali, ma mostrano, con misteriose allusioni, le immagini, il dolore, l’anima sanguinante che bagna la terra dove cammina.

Il canto della tenebra

La luce del crepuscolo si attenua:
Inquieti spiriti sia dolce la tenebra
Al cuore che non ama più!
Sorgenti sorgenti abbiam da ascoltare,
Sorgenti, sorgenti che sanno
Sorgenti che sanno che spiriti stanno
Che spiriti stanno a ascoltare...
Ascolta: la luce del crepuscolo attenua
Ed agli inquieti spiriti è dolce la tenebra:
Ascolta: ti ha vinto la
Sorte:
Ma per i cuori leggeri un'altra vita è alle porte:
Non c'è di dolcezza che possa uguagliare la Morte
Più Più Più
Intendi chi ancora ti culla:
Intendi la dolce fanciulla
Che dice all'orecchio: Più Più
Ed ecco si leva e scompare
II vento: ecco torna dal mare
Ed ecco sentiamo ansimare
II cuore che ci amò di più!
Guardiamo: di già il paesaggio
Degli alberi e l'acque è notturno
II fiume va via taciturno...
Pùm! mamma quell’omo lassù!

In principio, avendo piene le orecchie delle voci e gli echi che si rincorrevano nella vallata, o della melodia che sussurrava il vento tra gli alberi oppure delle variegate melodie degli uccelli, faceva nascere questa poesia che rappresenta la sentimentale reazione, per dare luogo e sfogo al cuore che canta un ritmo sincopato.

La poesia di Campana non può ridursi a formula metrica: non vi predomina l’endecasillabo, non ha il suo regno il settenario, né il novenario; eppure il verso sembra stranamente allungato o accorciato in un misterioso procedimento sillabico, che realizza un tono di armonia imitativa, senza che resti la preoccupazione formale assorbita dalla forza sintetica e dalla sintassi che va a spasso come un cagnolino senza guinzaglio.

La sera di fiera

II cuore stasera mi disse: non sai?
La rosabruna incantevole
Dorata da una chioma bionda:
E dagli occhi lucenti e bruni colei che di grazia imperiale
Incantava la rosea
Freschezza dei mattini:
E tu seguivi nell'aria
La fresca incarnazione di un mattutino sogno:
E soleva vagare quando il sogno
E il profumo velavano le stelle
(Che tu amavi guardar dietro i cancelli
Le stelle le pallide notturne):
Che soleva passare silenziosa
E bianca come un volo di colombe
Certo è morta: non sai?
Era la notte
Di fiera della perfida Babele
Salente in fasci verso un cielo affastellato un paradiso di fiamma
In lubrici fischi grotteschi
E tintinnare d'angeliche campanelle
E gridi e voci di prostitute
E pantomime d'Ofelia
Stillate dall'umile pianto delle lampade elettriche
Una canzonetta volgaruccia era morta
E mi aveva lasciato il cuore nel dolore
E me ne andavo errando senz'amore
Lasciando il cuore mio di porta in porta:
Con Lei che non e nata eppure è morta
E mi ha lasciato il cuore senz'amore:
Eppure il cuore porta nel dolore:
Lasciando il cuore mio di porta in porta.

Obbedendo a un nostro preciso intento critico: voler spiegare il più semplicemente possibile il canto di Dino Campana affinché i giovani ed anche (perché no?) i meno giovani conoscano a fondo l’animo di questo grande della letteratura italiana, volutamente dimenticato, anche se voci sconosciute fanno del loro meglio, senza trovare un interesse specifico da parte di qualche editore importante o di qualche quotidiano che ne divulghi il pensiero. Il nostro intento, dicevo, è quello di dare a Cesare quello che è di Cesare, senza paroloni altisonanti o lacrime di alambicco; sentiamo, o meglio abbiamo assunto il dovere di puntualizzare la natura del canto di Dino Campana, dicendo le cose come le abbiamo sentite pulsare nell’anima.

La petite promenade du poète

Me ne vado per le strade
Strette oscure e misteriose:
Vedo dietro le vetrate
Affacciarsi Gemme e Rose.
Dalle scale misteriose
C'è chi scende brancolando:
Dietro Ì vetri rilucenti
Stan le ciane commentando.
……………………………………

La stradina è solitària:

Non c'è un cane: qualche stella
Nella notte sopra i tetti:
E la notte mi par bella.
E cammino poveretto
Nella notte fantasiosa,
Pur mi sento nella bocca
La saliva disgustosa. Via dal tanfo
Via dal tanfo e per le strade
E cammina e via cammina,
Già le case son più rade.
Trovo l'erba: mi ci stendo
A conciarmi come un cane:
Da lontano un ubriaco
Canta amore alle persiane.

Di puro bisogno di cantare si può discorrere, crediamo, solo a proposito di una determinata poesia, che è la poesia dell'altra generazione, o razza, cui appartengono i Mallarmé, i Valéry, gli Ungaretti, e non i Leopardi e i Baudelaire. Nel bisogno di cantare di un Leopardi o di un Baudelaire, della cui razza Dino Campana è il più recente esempio, il bisogno vero e proprio è costituito di altri bisogni, altre sofferenze, provengono dalla negazione del poeta ad accettare un rigore che non sente gli appartenga.

I sui versi a volte aspri, a volte sordi e velati, dove ci si urta in vari echi, non sono mai somiglianti a quei poeti più stanchi e opachi della sua e della nostra generazione.

Noi pensiamo che già il nominare e nominare le cose, sia un vero delirio di nominare; quell'impressione di gemito che non nasce tanto dai luoghi singolari quanto dall’intera raccolta, corrispondono a una certezza di avere la conoscenza del mondo: a volte il delirio della pazzia le fa intuire e conoscere, e, conoscendo ramificarle nello spirito e ripeterle poi ai propri simili.

Il giardino della vita non è un orto, ma un reliquiario, il mondo è tutto sparso di cose alle quali è connessa una memoria, un ricordo: il poeta che passa sembra un rievocatore di cose morte.

Infatti, pur facendo salva la modernità di questo poeta sfortunato, vedremo per molti caratteri come la sua poesia sia classica in quanto a purezza e soprattutto in quanto ad equilibrio di elementi costitutivi.

Nel darvi l’arrivederci, vi abbraccio con tutto l’amore che posso.

Reno Bromuro


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